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Un anno di diritto all’oblio

Un anno di diritto all’oblio

Il 13 maggio 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea riconosceva legittima la richiesta dello spagnolo Mario Costeja González, il quale desiderava sparissero dal web alcuni link che lo riguardavano. Al tema è sensibile anche il Senato della Repubblica che ha costituito un gruppo di lavoro per una versione interna del diritto all’oblio.

La sentenza della causa C-131/12 nel dare ragione a Mario Costeja González da’ ragione a tutti quei cittadini europei che vogliono esercitare il “diritto all’oblio”. Nel caso specifico, giova ricordarlo, lo spagnolo chiedeva che sul web non fossero più rintracciabili dei link che portavano alle pagine del quotidiano “La Vanguardia” sulle quali venivano annunciate le vendite all’asta di alcuni suoi beni in un momento economico per lui non propizio. Una storia vecchia, risalente al 1998, che secondo Costeja González ne discriminava l’immagine anche a 16 anni di distanza.

Ne è nato un discorso di ordine giuridico-filosofico ancora oggi non del tutto sedato: da una parte gli interessi del cittadino e il concetto spesso fumoso di “informazioni utili alla società” che costituiscono uno dei prerequisiti per la rimozione dei link, dall’altra parte gli interessi delle aziende e, nell’ultimo angolo del trilatero, il potere di Google che non può e non deve rimanere l’unico organo giudicante sulle possibilità che i richiedenti vedano soddisfatte le proprie volontà di rimozione di link.

Quali i presupposti per la de-indicizzazione?
Non si può chiedere la cancellazione di un link se il fatto è recente o di rilevante interesse pubblico. Se il “fattore tempo” è facilmente misurabile, parametrizzare con chiarezza ciò che è di pubblica utilità è più complesso. Si deve fare appello anche al diritto di cronaca i cui effetti devono essere bilanciati con il principio di essenzialità dell’informazione, altro tema di non sempre facile interpretazione.

L’anomalia italiana (e il Garante per la Privacy)
A livello mondiale Google ha soddisfatto il 41,3% delle richieste di rimozione, in Italia la percentuale crolla al 27,6%. Dato che spinge a chiedersi se alle nostre latitudini vi sia una tendenza a volere rimuovere link ritenuti discriminanti. Un buon esempio arriva dal Garante per la Privacy il quale, con Provvedimento numero 618 del 18 dicembre 2014, è stato chiamato a redimere un ricorso presentato contro Google al quale, nel caso specifico, un italiano aveva chiesto di rimuovere alcuni link che lo riguardavano e che il postulante, coinvolto in un’indagine giudiziaria, riteneva fuorvianti e pregiudizievoli. Durante l’istruttoria il Garante ha valutato anche gli snippet (le sintesi che affiancano i risultati restituiti dalle ricerche effettuate su Google) i quali, in effetti, proponevano un riassunto piuttosto penalizzante e non del tutto in linea con il contenuto dell’articolo cui facevano riferimento. Mountain View ha quindi provveduto a modificare lo snippet, senza però forzare Google nella de-indicizzazione del link. I costi del procedimento, di 500 euro, sono stati posti a carico sia del richiedente sia di Big G. Sempre in Italia una donna ha chiesto – ottenendo l’ok di Google – che venissero rimossi i link in cui appariva il suo nome in relazione all’omicidio del marito, avvenuto però diversi decenni fa. Sorte diversa ha avuto la richiesta di un cittadino italiano arrestato per reati finanziari.

Il Senato e il diritto all’oblio
Il Senato della Repubblica lavora per impedire l’indicizzazione di alcuni dati, così come proposto dal Gruppo di lavoro per l’esame delle istanze concernenti dati personali contenuti in atti parlamentari del Senato, creato per vagliare le richieste di quei cittadini i cui nomi, elencati in atti parlamentari, vengono indicizzati dai motori di ricerca. Le istanze potranno però essere presentate solo trascorsi almeno 3 anni dalla pubblicazione degli atti parlamentari stessi.

FONTE: WIRED