Informatica per tutti Blog

Information Technology Blog

Più connessi, ma non più liberi: sulle nuove regole di Facebook

Più connessi, ma non più liberi: sulle nuove regole di Facebook

I “Community Standard”, scrive Facebook, sono le regole che “vi aiuteranno a capire cosa sia lecito condividere su Facebook, e che tipi di contenuti possono essere segnalati o rimossi”. Il linguaggio è da subito paternalista e insieme rassicurante, da brochure aziendale. Non a caso si parte con la usuale “mission”, “rendere il mondo più aperto e connesso”, ribadita anche in questa nuova versione di quella che, vista da appena più lontano, non è niente meno che una carta costituzionale per regolare la libera espressione di 1,4 miliardi di persone sul pianeta.

Ma è una carta costituzionale privata, e il peso della contraddizione si sente continuamente. Così, oggi come ieri, si ha costantemente l’impressione di essere di fronte alle concessioni di un monarca ai suoi sudditi, piuttosto che al risultato di un processo in cui tutti gli interessi – quelli dei gestori della piattaforma, ma anche quelli degli utenti – vengono davvero considerati. E del resto quando Facebook ha provato a coinvolgere la sua enorme base di utenza nella riscrittura delle sue policy la risposta è stata talmente insufficiente da motivare un’ultima consultazione sull’idea di consultare gli utenti, e mandare deserta anch’essa.

Così Facebook, Snowden o meno, continua ad avere le mani completamente libere. E no, non è un bene. Si dice che “nessuno legge le condizioni di utilizzo” dei servizi che usiamo quotidianamente online, a partire dai social network, ed è vero. Il problema sono la vaghezza e l’insopportabile moralismo che ne trasudano, qualora si decida di affrontare il testo.

A partire, come sempre, dalle politiche sulla nudità e il sesso. Tra le righe, infatti, si legge che non solo è vietato esporre i genitali o anche solo le natiche (nella loro interezza), ma anche il seno se si mostra un capezzolo – a parte nel caso, ripetutamente al centro di polemiche, di madri che allattano – e soprattutto che “alcune descrizioni verbali di atti sessuali troppo dettagliate potrebbero essere rimosse”.

Anche se estratte da alcuni dei tanti capolavori letterari che ne abbondano? Mistero, perché negli Standard ci si limita all’accettazione del nudo artistico. “Artistico” secondo Facebook, naturalmente, il che potrebbe per esempio escludere ‘L’origine del mondo’ dal conto, come nel recente caso del docente francese che si è visto il profilo bloccato per aver condiviso il dipinto di Gustave Courbet, e che ora ha portato Facebook in tribunale a Parigi proprio per il suo diritto di condividere un’opera d’arte.

Ma il problema è che con questo testo alla mano il social network può rimuovere sostanzialmente tutto ciò che gli pare: basta interpretare le parole come comoda. Per Facebook, per esempio, è illecito usare la piattaforma “per coordinare l’uso di sostanze stupefacenti”; ma basta andare più a fondo nell’espressione “recreational drugs” per capire che vi figura per esempio anche l’alcool. Significa che aprire un evento o scrivere un post con lo scopo esplicito di organizzare una bevuta tra amici è a rischio, specie nei paesi dove l’alcool è proibito?

Ancora, vietare “la promozione di autolesionismo e suicidio” significa che un post che invita a fumare tre pacchetti di sigarette al giorno è illecito, e quindi da rimuovere? E se per configurare bullismo o molestia è sufficiente che i contenuti “sembrino prendere deliberatamente a bersaglio soggetti privati con l’intento di umiliarli o metterli alla berlina”, tutta la distinzione tra le normali pratiche canzonatorie tra amici e le molestie finisce per appiattirsi nella versione prudenziale di comodo della piattaforma: nel dubbio, elimina.

Altri esempi: che significa che è vietato “celebrare i crimini commessi”? In Russia, per esempio, la “propaganda gay” è un crimine: significa che non si può mostrare la propria omosessualità su Facebook? In un paese autoritario, poi, può essere considerato un crimine semplicemente mostrare con i propri contenuti di aver preso parte a una protesta. Quei contenuti sono illeciti perché il dissenso – che deve peraltro ancora essere necessariamente accompagnato da nome e cognome reale, con previsione esplicita di legarlo alle pagine di satira su temi sensibili e con buona pace dei propositi sull’anonimato – è un crimine? È la grande domanda cui Facebook non sa rispondere: come conciliare il marketing della comunicazione globale connessa con la realtà di un mondo per niente cosmopolita, dove le differenze di valori e diritti sono la base di scontri terribili?

Facebook cerca di tenere insieme la promozione della libertà e i suoi interessi di business con una formula magica: “potremmo rimuovere alcuni tipi di contenuti sensibili o limitare il pubblico che ne può fruire”. Tradotto: le censure più odiose, non preoccupatevi, avvengono solamente laddove sono odiose per legge. Comodo per mettersi al riparo da azioni legali o chiusure d’imperio governativo, ma molto meno per i diritti dei suoi utenti. Che devono affidare a Facebook il discrimine tra satira e offesa, per nulla chiaro dal nuovo testo nemmeno dopo Charlie Hebdo. Quando, per capirci, Mark Zuckerberg si disse Charlie come moltissimi altri; per poi, poco dopo, trovarsi a censurare una pagina giudicata “offensiva” del profeta Maometto in Turchia. Un mondo “più aperto e connesso”, insomma, ma non certo più libero.

FONTE: WIRED