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Coltivazioni di dati condivisi

Coltivazioni di dati condivisi

In India, quando il monsone ritarda e la siccità distrugge i raccolti, migliaia di agricoltori vanno in bancarotta: oltre ai campi devastati, ogni volta si conta una media di 15mila suicidi. Ma immaginiamo un mondo in cui ogni contadino possa avere accesso in tempo reale alle previsioni meteo o ai prezzi correnti sul mercato delle materie prime. Un mondo in cui sia normale comunicare agli allevatori lo scoppio di un’epidemia aviaria a poche ore dall’allarme rosso, anche nelle aree più remote.

In questo mondo ipotetico, sarebbe più facile bloccare un’epidemia sul nascere o prendere decisioni migliori su quali piante seminare. I rischi che spazzano via le piccole fattorie sarebbero ridotti al minimo e sparirebbe la pratica di spruzzare pesticidi e fertilizzanti. L’agricoltura si è sempre appoggiata su una massa di dati, molto di più della finanza o della produzione industriale. Sapere in tempi rapidi se è in arrivo la siccità o la peronospera può decidere della fortuna e della disgrazia di vaste aree. Ma la seconda rivoluzione verde, dopo quella di Norman Borlaug, è già in atto: con un’agricoltura 2.0 potremo affrontare la grande sfida di sfamare 9 miliardi di persone da qui al 2050.

È partendo da questa convinzione che si moltiplicano le iniziative a favore degli open data in agricoltura. Da Hacking for Hunger, dell’agenzia americana per lo sviluppo USAid, alla Global Open Data for Agriculture and Nutrition, l’apertura e la selezione dei dati, per renderli fruibili a chi ha il compito di fornirci il pane quotidiano, procede a ritmo spedito. I satelliti della Nasa sono utilizzati per prevedere le ondate di siccità nel Famine Early Warning Systems Network, grazie a un’analisi integrata che incrocia i dati delle precipitazioni con la produzione agricola, generando un’accurata mappatura delle zone più a rischio con un’anticipo di 6-12 mesi. L’Europa, dal canto suo, ha appena lanciato l’African Postharvest Losses Information System, basato su un algoritmo capace di stimare la quantità di raccolti che vengono abbandonati ogni anno a marcire sui campi in Africa: è il primo passo per prevenire le gravi emergenze alimentari generate dalla perdita dei raccolti, un fenomeno che colpisce oltre un terzo dei prodotti agricoli africani, a causa dei parassiti, ma anche dell’instabilità dei prezzi agricoli. Un altro esempio recente di applicazione degli open data è la Plantwise Knowledge Bank del Commonwealth Agricultural Bureaux International, organizzazione basata nel Regno Unito che punta a ridurre le perdite dei raccolti, offrendo ai piccoli agricoltori uno strumento per identificare le malattie delle piante e i metodi per combatterle. «Prima le informazioni erano sparse e difficili da trovare, ora abbiamo tentato di raccoglierle tutte in un unico contenitore, aperto ai commenti e ai consigli degli utenti, ma moderato da un pool di esperti, per evitare di cadere nei tranelli della fitofarmaco-dipendenza», spiega Shaun Hobbs, direttore della Knowledge Bank.

Lo sviluppo della selezione genetica delle piante, per renderle più resistenti alla siccità o a determinati parassiti, è un’altra fonte di dati sempre più ricca. Il progetto Nextgen Cassava, ad esempio, della Cornell University, finanziato con 25 milioni di dollari dalla fondazione Gates, utilizza l’ingegneria genetica per migliorare le diverse varietà di cassava, un tubero chiamato anche manioca o tapioca, che rappresenta la più importante fonte di carboidrati per le popolazioni tropicali.
Resta il problema di far arrivare queste informazioni anche agli agricoltori che non sono connessi alla rete, per non parlare della difficoltà posta dall’abitudine millenaria, ma spesso letale, di fidarsi del proprio istinto, piuttosto che dei suggerimenti dei tecnici. Per superare queste barriere stanno spuntando come funghi una serie di startup, che sfruttano i dati aperti per veicolare il messaggio ai destinatari, attraverso applicazioni che lo semplificano e lo rendono più facilmente fruibile. Come FarmLogs o iCropTracks, che aiutano gli agricoltori a gestire al meglio semine, irrigazioni e tutti gli altri interventi sui campi, attingendo alle previsioni meteo, con un’interfaccia online adatta anche al tablet e allo smartphone. O come Solum, che offre hardware e software per praticare analisi del terreno e poi incrocia questi dati con le caratteristiche geografiche per suggerire le quantità precise di fertilizzante da usare. VitalFields, una startup estone, fornisce invece previsioni sui rischi di malattie, basate sui tipi di piantagioni in relazione alla loro posizione geografica. Tutte informazioni utili per prendere decisioni che una volta si affidavano al naso. Era tempo per un’agricoltura 2.0.

FONTE: IL SOLE 24 ORE