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Attacco ai sistemi informatici di UniCredit: la sicurezza informatica è una priorità.

Attacco ai sistemi informatici di UniCredit: la sicurezza informatica è una priorità.

E’ di poche ore fa la notizia secondo cui UniCredit S.p.A. avrebbe subito un attacco ai propri sistemi informatici.
E’ la stessa Banca a comunicarlo in una nota nella quale denuncia “di aver subito una intrusione informatica in Italia con accesso non autorizzato a dati di clienti italiani relativi solo a prestiti personali” e precisa che la falla si è aperta “attraverso un partner commerciale esterno italiano“.
Il sito di Repubblica riferisce che la banca avrebbe ricostruito la cronologia degli attacchi e che una prima violazione dei sistemi informatici sarebbe già avvenuta nei mesi di settembre e ottobre 2016.
Si ritiene, pertanto, che a seguito dei due attacchi subiti (quello di questi giorni e quello di quasi un anno fa) sarebbero stati violati i dati di circa 400.000 clienti in Italia.
La banca ha comunque rassicurato i suoi correntisti precisando che “non è stato acquisito nessun dato, quali le password, che possa consentire l’accesso ai conti dei clienti o che permetta transazioni non autorizzate. Potrebbe invece essere avvenuto l’accesso ad alcuni dati anagrafici e ai codici IBAN“.
La banca fa, inoltre, sapere che ha già preparato un esposto alla Procura di Milano, al fine di informare le autorità competenti e avviare un’indagine interna.
Riferisce il noto quotidiano che “la banca ha inoltre immediatamente adottato tutte le azioni necessarie volte ad impedire il ripetersi di tale intrusione informatica anche in considerazione del fatto che nel piano Transform 2019 sono stati scritti investimenti per 2,3 miliardi proprio alla voce dei sistemi informatici e queste falle aprono interrogativi pericolosi”.
Tuttavia UniCredit non è stata l’unica ad aver subito un simile attacco.
Nel mese scorso anche il noto studio legale Dla Piper è stato vittima di una violazione dei propri sistemi informatici, nel caso di specie a causa del ransomware Petya/Not Petya.
E’, pertanto, ormai evidente che non solo le banche e le grandi aziende, ma anche gli studi legali o commercialisti (in particolare quelli più strutturati) e le piccole e medie imprese trattano e custodiscono informazioni di primaria importanza ovvero dati sensibili sia privati che di natura giudiziale e commerciale che, se sottratti, possono essere rivenduti a soggetti terzi e utilizzati per trarne un vantaggio non solo economico, ma anche anticoncorrenziale.
Alla luce, dunque, delle recenti novità introdotte con il Regolamento UE 2016/679, è ormai chiaro che la sicurezza dei sistemi informatici è una priorità che non può più essere ulteriormente procrastinabile.

Avv. Elisabetta Parisi

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Attacco hacker colpisce società in tutto il mondo

Attacco hacker colpisce società in tutto il mondo

Dopo Russia e Ucraina un attacco hacker sta colpendo società in tutto il mondo, anche la centrale di Chernobyl dove sono interessati i sistemi di monitoraggio dell’aria ma senza preoccupazione.

Lo scrive la Bbc online, precisando che anche l’agenzia pubblicitaria britannica Wpp risulta tra le società colpite così come la francese Saint Gobin. E l’Associated Press cita tra queste anche il colosso dei trasporti marittimi Moller-Maersk. “Un attacco hacker senza precedenti ha colpito l’Ucraina ma i nostri specialisti informatici fanno il loro lavoro e proteggono le infrastrutture cruciali. I sistemi vitali non sono stati danneggiati, l’attacco verrà respinto e i responsabili saranno individuati”. Così su Facebook il premier ucraino Volodomyr Groysman.

Il sito della Rosneft, colosso petrolifero russo, è irraggiungibile e nella metropolitana di Kiev non si possono effettuare pagamenti elettronici ma il sistema dei trasporti funziona. Nell’aeroporto di Borispil, in Ucraina, si registrano ritardi ai voli. In Russia, oltre a Bashneft e Rosneft, anche Mars e Nivea sono coinvolte.

Il virus responsabile – secondo la società di cyber sicurezza Group-IB – sarebbe ‘Petya’ e non ‘WannaCry’. E’ un ransomware, cioè quella tipologia di virus che cifrano i dati con finalità di estorsione, perchè per rientrare in possesso dei propri dati viene chiesto un riscatto agli utenti. La sua particolarità è quella di bloccare non solo singoli file ma l’intero hard disk del computer, cioè la memoria che archivia file, programmi e sistemi operativi. Secondo Symantec, sarebbe stato ‘armato’ con EternalBlue, lo stesso codice usato per WannaCry e rubato all’Nsa.

“Credo non ci sia nessun dubbio che dietro a questi ‘giochetti’ ci sia la Russia perché questa è la manifestazione di una guerra ibrida”. Così il consigliere del ministro dell’Interno ucraino Zoryan Shkiriak a 112 Ucraina parlando dell’attacco hacker che ha colpito oggi l’Ucraina (e la Russia, ndr).

Stando ad altri media, la portavoce dell’SBU – i servizi di sicurezza di Kiev – avrebbe detto che all’interno dell’agenzia si suppone che gli attacchi siano partiti dalla Russia o dai territori occupati del Donbass

Anche la centrale nucleare di Chernobyl è stata colpita dall’attacco hacker, come riporta il sito ucraino Kromadske. Secondo l’Agenzia nazionale per la gestione della zona contaminata, i sistemi interni tecnici della centrale “funzionano regolarmente” e invece sono “parzialmente fuori uso” quelli che monitorano “i livelli di radiazione”. Il sito della centrale elettrica è inoltre inaccessibile.

“L’uso del virus Petya è atipico per una azione cybercriminale su questa scala – spiega all’ANSA l’esperto di sicurezza Andrea Zapparoli Manzoni -. Questo particolare ransomware potrebbe essere stato usato come mezzo distruttivo per la sua caratteristica di cifrare l’intero disco del computer, che quindi diventa inutilizzabile. Confondendo così le acque perché si tratta di un ransomware e non, strettamente parlando, di una cyber-arma. Perfetto quindi per coprire un attacco con finalità geopolitiche”.

“L’attacco è stato condotto attraverso un ransomware gia noto ma modificato: secondo le valutazioni preliminari è stato pianificato in anticipo e si è svolto a tappe”, spiegano i servizi segreti di Kiev.

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Nome in codice: WannaCry

Nome in codice: WannaCry

Il mese di maggio 2017 è stato interessato da una massiccia ondata di “attacchi” a mezzo ransomware ed in particolare attraverso il ransomware WanaCrypt0r 2.0 meglio noto come Wanna Cry o WCry, che ha infettato i sistemi informatici di ospedali, università, banche, aziende e uffici in quasi tutti i paesi del Mondo, Italia compresa.

Nome alquanto evocativo dietro il quale si cela un potente malware il quale, dopo essere entrato nel malcapitato PC di turno sfruttando la vulnerabilità del Server SMB di Windows (MS17 -010) per il tramite di un exploit denominato “Eternal Blue”, infetta il PC colpito, bloccando l’accesso al computer e/o ai suoi file e chiedendo all’utente un riscatto (in inglese, per l’appunto “ransom”) in bitcoin per rimuovere “l’infezione” dal PC e sbloccare, quindi, l’accesso ai file.

Nel caso di WannaCry il prezzo del “riscatto” oscillava tra i 300 e i 600 $ in bitcoin che veniva raddoppiato se il pagamento non perveniva entro 3 giorni.

In mancanza di tale pagamento, i file criptati sarebbero stati eliminati dopo 7 giorni.

Sin dal marzo 2017 Microsoft aveva pubblicato l’aggiornamento “Security Update for Microsoft Windows SMB Server (4013389)”, scaricabile da chiunque, con il quale tale exploit sarebbe stato “riparato”, così da proteggere il PC da tale attacco.

Tuttavia, come è noto, i sistemi informatici di enti pubblici, banche e aziende non sempre vengono tempestivamente aggiornati e proprio tale mancato aggiornamento ha provocato ingenti danni. Infatti, una volta che un singolo computer è colpito dal ransomware WannaCry, il malware cerca altri computer nella rete, provocando, quindi, una diffusione a catena.

La diffusione è stata fermata, almeno temporaneamente, da un ricercatore di sicurezza indipendente, Darien Huss di ProofPoint che ha interrotto la trasmissione globale di WannaCry registrando il nome di dominio nascosto nel malware.

In sostanza il ransomware si eseguiva automaticamente su un computer soltanto dopo aver tentato di interrogare un sito web inesistente per connettersi ad esso; se tale connessione falliva (proprio perché il sito era inesistente), WannaCry procedeva nell’attacco, se tale connessione aveva successo, il malware cessava la propria attività.

Il ricercatore Darien Huss, notando che il dominio verso il quale tentava di connettersi WannaCry stava avendo numerosissime interrogazioni, spendendo poche sterline, ha registrato tale dominio impedendo, così, l’attivazione del ransomware ed interrompendo la sua capillare diffusione.

Almeno per il momento.

Infatti, proprio nella giornata di ieri, martedì 13 giugno 2017, per il c.d. “Patch Day”, Microsoft ha rilasciato circa 350 aggiornamenti di sicurezza la cui installazione si rende necessaria per risolvere le vulnerabilità non solo presenti nelle le più recenti versioni di Windows, ma anche e soprattutto nei sistemi Windows XP, Windows Vista, Windows 7, Windows Server 2008, Windows Server 2003, ormai non più supportati, ma ancora utilizzati da una discreta percentuale di utenti.

E’, pertanto, possibile ipotizzare che, secondo i tecnici di Microsoft vi sarebbero reali e concreti rischi di un nuovo attacco su vasta scala, potenzialmente paragonabile a quello lanciato da WannaCry.

Avv. Elisabetta Parisi

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Scatta la rivoluzione roaming Ue, addio ad extracosti

Scatta la rivoluzione roaming Ue, addio ad extracosti

Dal 15 giugno chiamate, sms e dati costeranno all’estero come a casa per chi viaggia nell’Ue. E’ l’avvio della ‘rivoluzione digitale’ spinta dalla Commissione europea e sostenuta dall’Europarlamento che ora, dopo anni di battaglie e ritardi, arriva finalmente a compimento. Pochissime le ‘eccezioni’ previste, con alcuni accorgimenti per evitare di danneggiare i piccoli operatori virtuali e prevenire gli abusi come il roaming permanente.

Telefonare, inviare sms e navigare su internet da uno qualsiasi dei 28 Paesi Ue (per il momento, quindi, anche in Gran Bretagna) piu’, a seguire, Norvegia, Liechtenstein e Islanda, ma non in Svizzera) avverra’ allo stesso prezzo che nel proprio, in base al piano tariffario o al costo previsto dalla scheda prepagata. E, come tale, l’intero traffico verra’ contabilizzato come nazionale, quindi scalato dal proprio forfait o credito.

Non ci sono limiti temporali, ma per evitare abusi come l’utilizzo di una sim straniera economica in modo permanente in un Paese dove i prezzi sono superiori, possono scattare controlli a partire almeno dal quarto mese in cui i consumi avvengono solo all’estero. L’operatore dovra’ avvertire il cliente, che avra’ due settimane di tempo per fornire chiarimenti.

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UberPitch cerca talenti anche in Italia

UberPitch cerca talenti anche in Italia

Al via UberPITCH, la sfida europea per gli startupper che vogliono migliorare la vita nelle città. E’ una specie di contest con cui l’azienda californiana intende raccogliere progetti di business che abbiano come finalità il miglioramento della vita nelle città. Si svolgerà in 37 città di 21 paesi in tutta Europa, in Italia si terrà a Milano lunedì 30 maggio e a Roma mercoledì 1 giugno. I portavoce delle migliori idee avranno la possibilità di discuterne a Berlino con il Ceo di Uber, Travis Kalanick.

“Ogni giorno Uber connette milioni di persone, aiutandole a muoversi nella propria città – dice Kalanick -. Queste sono le comunità dove lavoriamo, investiamo e viviamo che ci ricordano quanto spirito imprenditoriale ci sia in tutta Europa. Gli innovatori non devono aver paura di raccontare la propria idea per questo ci auguriamo che UberPITCH possa creare opportunità uniche”. Ai candidati selezionati sarà inviato un apposito codice che consentirà loro di prenotare un’auto e far partire una corsa di circa 10 minuti durante la quale potranno “pitchare” la loro idea di business a dei professionisti e ricevere un feedback e consigli sul progetto nei minuti successivi. Per questo compito in Italia Uber si affiderà ai professionisti di United Ventures, partner del progetto.

Chiunque avesse un’idea può candidarsi a partire da oggi fino a giovedì 26 maggio, semplicemente compilando un modulo online a questo indirizzo per la tappa di Milano, e a questo per la tappa di Roma.

FONTE: Ansa.it

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Come funziona la pubblicità su Instagram

Come funziona la pubblicità su Instagram

Su Instagram la pubblicità è arrivata anche in Italia. Da oggi quindi sarà possibile per aziende di diverse dimensioni utilizzare Instagram come piattaforma su cui promuovere le proprie campagne di advertising. Dal 30 settembre poi la piattaforma di advertising sarà aperta a tutto il resto del mondo.

Di contro, da oggi, milioni di persone che ogni giorno pubblicano e vedono foto di amici e brand, troveranno nel proprio feed contenuti sponsorizzati (con indicazione, in alto a destra, “sponsorizzata”) e avranno modo di commentare e interagire con un contenuto “estraneo” fino a questo momento.

Questo il primo interrogativo: che succederà adesso? Come reagiranno? Dando una occhiata ai primi commenti, la forte esposizione di un contenuto sponsorizzato si espone a trolling, ma questo è normale quando c’è una novità di questo tipo.

La possibilità di sponsorizzare (e quindi distribuire in maniera più potente) i propri contenuti non è una prerogativa solo delle grandi aziende, ma anche delle medie e piccole: l’obiettivo è quindi quello di incassare il più possibile da un lato, ma anche di rendere normale trovare contenuti sponsorizzati dentro il feed.

Le campagne su Instagram si attivano e gestiscono attraverso gli strumenti di advertising di Facebook, come l’Ads manager, il Power editor e le API: questo permetterà livelli diversi di azione, ma garantisce un accesso unico, in un ambiente familiare a chi già fa adv su Facebook. Non è prevista una spesa minima: non c’è neanche su Facebook, ma non vuol dire che si potrà andare sempre a ribasso, anzi. Questo lo sa benissimo chi fa già pubblicità su Facebook.

Tre sono gli obiettivi, in questa prima fase: visualizzazione di Video, visite al sito web, installazione di Mobile App. Oltre al bottone “Scopri di più”, infatti, saranno presenti almeno altre due call to action: “Installa ora” e “Compra adesso”, per permettere istallazioni di app e per spingere all’acquisto di prodotti o servizi.

Per quanto riguarda la targetizzazione, nulla di nuovo rispetto a Facebook: basandosi sugli interessi, su pubblici creati su misura o su similitudine si può profilare la propria audience a cui mostrare le inserzioni. Al momento lo strumento di profilazione di Facebook rimane il più potente in circolo, ma c’è da capire come funzionerà con le immagini di Instagram.

Ancora: si può decidere se attivare un set di ads solo su Instagram o anche su Facebook per una integrazione che permetterà di sperimentare molto ai brand e a chi si occupa di social advertising. Questa mossa ha l’evidente obiettivo di far diventare Facebook (e quindi anche Instagram) l’ambiente leader per l’advertising su smartphone.

La vera notizia di oggi è proprio questa, la possibilità di fare campagne unificate, disponendo così di un pubblico che attraversa le piattaforme e riduce il gap tra le stesse. Su questo punto, probabilmente, si gioca il colpo di grazia da parte di Facebook ai competitors, ovvero a Google che, c’è da scommetterci, non se ne starà con le mani in mano.

Sono stati inoltre annunciati delle novità per i formati degli ads. Oltre al “classico” quadrato, saranno disponibili foto e video in formato panoramico (rettangolare), video ads della durata fino a 30 secondi, “Marquee” un prodotto che permetterà di raggiungere un pubblico ampio in poco tempo, da usare ad esempio durante eventi, fiere, o lanci di nuovi prodotti.

Le prime aziende in Italia a fare ads su Instagram sono Audi, Carrera, Chupa Chups, Ford, illycaffè, Mercedes-Benz, Samsung, Toyota, Warner Bros. Entertainment, Yoox.

Adesso non rimane che attendere e vedere cosa combineranno le aziende e come reagiranno le persone. Ma una cosa è certa:Instagram è cresciuto, ha cambiato la sua forma, si è evoluto ed è diventato grande. Chissà se continueremo a giocarci come abbiamo fatto fino ad adesso.

FONTE: WIRED

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Telefonia e Internet: disservizi e indennizzi

Telefonia e Internet: disservizi e indennizzi

Gli utenti di servizi di telefonia fissa e/o di telefonia mobile e di servizi di accesso a Internet da postazione fissa e/mobile hanno diritto a indennizzi in caso di disservizi, secondo quanto previsto nel regolamento approvato da AGCOM nel febbraio del 2011 con la delibera n. 73/11/CONS.

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha annunciato il 26 maggio scorso l’avvio di una consultazione per la modifica del sistema di indennizzi per i disservizi nel settore delle comunicazioni elettroniche.

Obiettivo: rafforzare le tutele per gli utenti, con nuove disposizioni riguardanti la banda ultra larga, gli indennizzi automatici e i meccanismi di individuazione della responsabilità nei rapporti tra operatori.

A quanto ammontano, a oggi, gli indennizzi per i disservizi in cui si imbattono gli utenti? In altri termini, cosa prevede il regolamento approvato da AGCOM e non ancora modificato?

Prima di rispondere, si ricorda che è possibile affidarsi ai servizi di comparazione delle offerte ADSL e Fibra Ottica e delle offerte di Telefonia Mobile e di Internet Mobile curati dagli esperti diSosTariffe.it per confrontare tutte le soluzioni di mercato disponibili in Italia e individuare quelle che meglio rispondono alle proprie esigenze.

Indennizzo per ritardata attivazione del servizio (articolo 3). Nei casi di ritardo nell’attivazione del servizio rispetto al termine massimo previsto dal contratto, gli operatori sono tenuti a corrispondere un indennizzo per ciascun servizio non accessorio pari a 7,50 euro per ogni giorno di ritardo. La medesima cifra si applica anche in caso di ritardo nel trasloco dell’utenza.

L’indennizzo è applicato inoltre anche nei casi di ritardo per i quali l’operatore non abbia rispettato i propri oneri informativicirca i tempi della realizzazione dell’intervento o gli eventuali impedimenti, e nel caso di affermazioni non veritiere circa l’esistenza di impedimenti tecnici o amministrativi.

Se il ritardo riguarda procedure per il cambio di operatore, l’importo dell’indennizzo si riduce a un quinto.

Nel caso di servizi accessori, si applica, per ogni giorno di ritardo, l’importo maggiore tra la metà del canone mensile del servizio interessato e la somma di 1 euro, fino a un massimo di 300 euro.

Nel caso di servizi gratuiti, invece, si applica l’importo di 1 euro per ogni giorno di ritardo, fino a un massimo di 100 euro.

Indennizzo per sospensione o cessazione del servizio (articolo 4). Nei casi di sospensione o cessazione amministrativa di uno o più servizi in assenza di presupposti o del preavviso previsto, gli operatori devono corrispondere un indennizzo, per ciascun servizio non accessorio, di 7,50 euro per ogni giorno di sospensione.

Se la sospensione o la cessazione riguarda soltanto servizi accessori, si applica per ogni giorno di ritardo l’importo maggiore tra la metà del canone mensile del servizio interessato e la somma di 1 euro, fino a un massimo di 300 euro.

Indennizzo per malfunzionamento del servizio (articolo 5). Nei casi di completa interruzione del servizio per motivi tecnici imputabili all’operatore di riferimento, agli utenti spetta un indennizzo, per ciascun servizio non accessorio, pari a 5 euro per ogni giorno d’interruzione.

Se, invece, l’erogazione del servizio è irregolare o discontinua, ma non comporta la completa interruzione del servizio stesso, gli operatori sono tenuti a corrispondere un indennizzo per ciascun servizio non accessorio pari a 2,50 euro per ogni giorno di malfunzionamento.

Un indennizzo di 2,50 euro è dovuto, ogni giorno, anche in caso dimancato rispetto degli standard qualitativi stabiliti nella carta dei servizi di ciascun operatore.

Se il malfunzionamento del servizio è dovuto al ritardo, imputabile all’operatore, nella riparazione del guasto, l’indennizzo si applica all’intero periodo che intercorre tra la ricezione del reclamo e l’effettivo ripristino della funzionalità del servizio.

Se le circostanze di cui sopra riguardano soltanto servizi accessori, si applica per ogni giorno di ritardo l’importo maggiore tra la metà del canone mensile del servizio interessato e la somma di 1 euro, fino a un massimo di 300 euro. 

Indennizzo per omessa o ritardata portabilità del numero (articolo 6). Nei casi di procedure di portabilità del numero non concluse nei termini stabiliti dalla disciplina di settore, l’operatore responsabile del ritardo è tenuto a versare un indennizzo di 5 euro per ogni giorno di ritardo; se la portabilità riguarda utenze mobili, l’importo si riduce alla metà.

Nei casi di sospensione o cessazione del servizio, si applicano gli indennizzi previsti in materia di malfunzionamento del servizio (articolo 5).

Indennizzo per attivazione o disattivazione non richiesta delle prestazioni CS o CPS (articolo 7). Nei casi di attivazione o disattivazione non richiesta delle prestazioni di Carrier Selection o Carrier Pre Selection, l’operatore responsabile deve corrispondere un indennizzo di 2,50 euro per ogni giorno di attivazione o disattivazione.

Indennizzo per attivazione di servizi o profili tariffari non richiesti (articolo 8). Nei casi di attivazione di servizi non richiesti, gli operatori sono tenuti a versare un indennizzo di 5 euro per ogni giorno di attivazione. Nei casi di servizi accessori o di profili tariffari non richiesti, l’indennizzo giornaliero scende a 1 euro.

Indennizzo in caso di perdita della numerazione (articolo 9). All’utente che perde la titolarità del numero telefonico assegnato in precedenza per fatto imputabile all’operatore, quest’ultimo deve corrispondere un indennizzo di 100 euro per ogni anno di precedente utilizzo, fino a un massimo di 1.000 euro.

Indennizzo per omessa o errata indicazione negli elenchi telefonici pubblici (articolo 10). Nei casi di omessa o errata indicazione negli elenchi telefonici pubblici, l’operatore responsabile del disservizio deve versare un indennizzo di 200 euro per ogni anno di disservizio. La medesima cifra è dovuta per omesso aggiornamento dei dati in caso di modifica o di tempestiva e giustificata richiesta da parte dell’interessato.

Indennizzo per mancata o ritardata risposta ai reclami (articolo 11). L’operatore che non fornisce risposta a un reclamo entro i termini stabiliti dalla carta dei servizi o dalle delibere di AGCOM deve versare un indennizzo pari a 1 euro per ogni giorno di ritardo, fino a un massimo di 300 euro.

Note

Se l’utenza interessata dal disservizio è di tipo affari, vale a dire business, nei casi indicati negli articoli da 3 a 6, gli operatori devono corrispondere indennizzi maggiorati nella misura del doppio. Nei casi indicati negli articoli 9 e 10, invece, le cifre quadruplicano.

Gli utenti che hanno utilizzato i servizi di comunicazione elettronica in maniera anomala o non conforme alle condizioni del contratto stipulato non hanno diritto agli indennizzi previsti nel regolamento.

Le disposizioni del regolamento non si applicano nei casi in cui gli operatori abbiano già corrisposto gli indennizzi secondo quanto previsto nelle norme contrattuali prima dell’instaurazione di una controversia e nei casi in cui, terminata la fase di conciliazione, risulti l’impegno degli operatori al riconoscimento degli indennizzi.

Risorse

Regolamento in materia di indennizzi applicabili nella definizione delle controversie tra utenti ed operatori 

Delibera n. 73/11/CONS

FONTE: WIRED

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UE, roaming abolito da giugno 2017

UE, roaming abolito da giugno 2017

Dopo una maratona negoziale notturna, c’è finalmente l’accordo Ue per l’abolizione del roaming a partire da metà giugno 2017, con un taglio dei costi già da fine aprile 2016. L’intesa, trovata sotto la guida della presidenza lettone dell’Ue, tutela anche la net neutrality.

“Sono stati ascoltati i cittadini europei”, che “hanno chiesto e aspettato per la fine dei sovraccosti del roaming così come per regole sulla neutralità di internet”. Lo ha dichiarato il vicepresidente della Commissione Ue per il mercato unico digitale Andrus Ansip. L’intesa “cruciale” raggiunta nella notte sull’abolizione dei sovraccosti e la tutela dell’accesso aperto a internet sono “essenziale per consumatori e imprese nella società ed economia digitale europea”, ha aggiunto il commissario Guenther Oettinger.

L’intesa, raggiunta dopo un anno e mezzo di blocco e dopo un’ultima sessione di negoziati durata oltre 12 ore, prevede anche una clausola di “uso equo” del roaming per prevenire eventuali abusi da parte chi utilizzasse all’estero il proprio numero per motivi diversi dal viaggiare.  In questo caso verranno introdotte clausole di salvaguardia che consentiranno agli operatori di recuperare i costi. L’abolizione completa dei sovraccosti del roaming, che scatterà dal 30 giugno 2017, verrà preceduta da un primo taglio il 30 aprile 2016, quando i tetti attualmente in vigore quando si va all’estero saranno rimpiazzati da un sovraccosto massimo di 0,05 euro al minuto per le chiamate, 0,02 per gli sms e 0,05 per megabyte per i dati.

Protetto anche l’internet aperto e la neutralità della rete. Con l’intesa di stanotte gli operatori dovranno trattare in modo equo tutto il traffico sul web, consentendo il rallentamento di alcuni servizi solo in casi limitati come per esempio un cyber-attacco o se si congestiona la rete. Saranno inoltre consentiti accordi per i servizi specializzati che necessitano un livello determinato di qualità di connessione (per esempio auto connesse o e-medicina), ma solo se gli operatori potranno garantire la qualità generale dei servizi di accesso a internet.

Ci sarà inoltre una revisione ambiziosa delle regole tlc nel 216, che includerà una maggiore cooperazione nella gestione dello spettro.

FONTE: ANSA.IT

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Google a caccia dei brevetti degli utenti

Google a caccia dei brevetti degli utenti

Google va a caccia di brevetti. L’azienda californiana apre un portale sperimentale che consentirà agli inventori di poterli mettere in vendita. L’operazione si svolgerà dall’8 al 22 maggio: chi ha inventato e brevettato qualcosa potrà illustrarlo sul sito e fissare il prezzo. Big G esaminerà tutti i brevetti ed entro un mese comprerà quelli che le interessano. Il sito sperimentale è previsto all’interno del programma Patent Purchase Promotion: l’intenzione è quella di tenere lontani i ‘trolls’ – cioè quelle entità non produttive che sfruttano i brevetti per ottenere licenze e royalty – e gestire direttamente le compravendite delle invenzioni che, come si sa, consentono di implementare tecnologie nuove. Inoltre evita alle aziende di imbarcarsi in battaglie legali lunghe e costose. Dopo il 22 maggio la casa di Mountain View passerà in rassegna tutti brevetti e prenderà in esame quelli più interessanti entro il 26 giugno prossimo.

FONTE: ANSA.IT

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Icann, ecco come internet diventerà più robusta e neutrale

Icann, ecco come internet diventerà più robusta e neutrale

Interessante intervista su Wired.it a Fadi Chehade, presidente e CEO di Icann a proposito della gestione dei processi di attribuzione dei domini e di indirizzamento del traffico

I dispositivi connessi a Internet nel 2020 saranno 50 miliardi,forse di più. L’internet delle cose è la nuova frontiera del business e nel 2019 varrà 1,7 trilioni di dollari. Solo in Europa le professioni legate a Internet offriranno 150 mila posti di lavoro nei prossimi due anni. I social network sono la spina dorsale delle relazioni digitali.

Nel dibattito sull’evoluzione digitale delle nostre società troppo spesso dimentichiamo che quei servizi e quelle funzioni a cui affidiamo il nostro futuro dipendono dal funzionamento di Internet come infrastruttura globale. E mentre dimentichiamo che la sua evoluzione e stabilità sono i prerequisiti di quelle attività, ci scordiamo pure che la rete è un bene scarso, che non arriva ovunque e che non funziona da sola. La diamo per scontata. Ma la rete funziona perchè c’è chi la fa funzionare ogni giorno. L’Icann, l’autorità che assegna i nomi a dominio è l’attore principale del suo funzionamento, garantendo l’unicità delle risorse informatiche sui server distribuiti nelle reti di tutto il mondo. Internet infatti non è una semplice rete, ma una rete delle reti che le connette tutte a partire da regole condivise.

Perciò desta qualche preoccupazione la notizia che l’Icann sta per cambiare la sua mission di gestione della rete in seguito alla decisione degli Stati Uniti di cedere il controllo finora esercitato attraverso il dipartimento del commercio USA sulle DNS root zone, cioè sulla gestione dei processi di attribuzione dei domini e di indirizzamento del traffico. Per capirci, qualcosa di simile alle funzioni svolte dagli svincoli autostradali e dai cartelli segnaletici che, se corrispondono alle indicazioni sullo stradario, ci aiutano a non perderci quando intraprendiamo un viaggio.

Di questa missione e di questo cambiamento abbiamo chiesto a Fadi Chehade, da tre anni presidente e CEO di Icann. Fadi è un ingegnere, vive a Los Angeles da 30 anni, è sposato con due figli, di origine libanese con ascendenze italiane.

Cosa fa esattamente Icann?

“Icann è un’associazione non profit fatta di governi, aziende e società civile che lavorano insieme per gestire il livello logico infrastrutturale di internet. Internet è un insieme di migliaia di reti, ma si vede come una rete unica perchè c’è questo livello superiore.

“Icann si occupa degli identificatori unici, i numeri IP, che individuano ogni oggetto connesso a Internet e che corrispondono ai nomi attraverso cui un utente umano trova sulla rete le risorse che cerca. Questi IP corrispondono a dei nomi che sono elencati dentro una directory, il root system, organizzato e mantenuto da Icann e distribuito in tutto il mondo”.

Facciamo un esempio…

“Se cerchi wired.it, come fa il tuo telefonino a trovare il server? Quando mandi la richiesta, questa passa per il tuo Internet provider, che cerca nella propria directory. E come trova il .com? Interrogando il server di root di tutti i domini .com. che sono gestiti dall’Icann. Questo tipo di indirizzamento funziona bene da venti anni senza confusione tra .com e org.

“È una specie di stradario continuamente aggiornato. Se non lo fosse non saremmo in grado di trovare ciò che cerchiamo”.

Nel gergo dei nerd si dice che se una cosa funziona non devi aggiustarla. Ma allora perchè Icann dovrebbe cambiare la sua governance?

“Internet è una piattaforma dell’economia, della cultura, delle relazioni personali. Internet è una piattaforma per tutti e non ha frontiere. La sua attuale governance non è compatibile col suo carattere transnazionale sopratutto oggi che il mondo è diventato multipolare e multiattore.

“Icann è stata creata dallo stato americano, con una visionliberale, ma è comunque “controllata” dal governo americano. Icann ha un contratto per cui ogni volta che cambia un qualcosa nel root system bisogna dirlo agli Usa. Vuoi un nuovo dominio .paris? Lo devi dire a loro. Perciò abbiamo bisogno di cambiare modello”.

Quindi questo cambiamento di governance riguarda un nuovo modo di funzionare di Icann senza gli Usa?

“Gli Usa e gli altri governi saranno comunque partecipi della sua gestione ma allo stesso livello degli altri. Essi sono importantissimi per la sua gestione, ma lo stesso vale per i tecnici, le imprese e i pensatori che ci stanno aiutando a capire come andare oltre il modello attuale. In realtà cambierà poco. Accadrà che aggiungendo un .Paris al root server dopo aver avviato la procedura per farlo, non dovrò chiedere il permesso agli states. Intendiamoci. Il controllo prima esercitato non è mai stato usato per impedire l’apertura di nuovi domini. Ma è comunque una forma controllo che ha dato origine a conflitti diplomatici che vogliamo superare”.

Quindi non è solo una questione formale…

“Esatto. Ti faccio un altro esempio. Icann fa il suo lavoro associando il country code dello Yemen a una specifica macchina che si chiama .ye. Questa macchina è localizzata fisicamente in un luogo occupato dai ribelli houti in guerra col legittimo governo e la macchina non è più controllata dal governo. Per garantire il corretto reindirizzamento verso i siti internet della rete di quel paese il presidente yemenita ci ha scritto per associare l’indirizzo a un’altra macchina fisica. Abbiamo aperto il processo e saranno gli USA a dare l’ok definitivo”.

Il carattere univoco dell’indirizzario gestito da Icann decide la fortuna comunicativa, economica e commerciale di chi vi è elencato perchè gli americani l’abbandonano?

“Il controllo degli Usa riguarda solo una parte piccolissima della gestione di Internet. Tuttavia gli Usa hanno capito che occorre un modello nuovo e perciò hanno chiesto il rispetto di alcune condizioni che stiamo dicutendo. Per gli Usa il nuovo modello dovrà essere aperto e inclusivo, resistente a ogni tentativo di controllo governativo o aziendale e non dovrà essere delegato a entità sovranazionali come l’Onu dove il potere di veto di alcuni attori potrebbe pregiudicarne la libertà e l’efficienza.
Entro giugno arriveranno le proposte definitive da parte di tutti gli attori e per il 30 settembre la transizione, potrebbe essere una realtà”.

FONTE: WIRED

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