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Primi divieti per Periscope e Meerkat

Primi divieti per Periscope e Meerkat

Arrivano i primi divieti ufficiali per Periscope e Meerkat, le due applicazioni emergenti per il live streaming dallo smartphone che sono diventate virali: la lega americana di hockey ha bandito esplicitamente l’uso di queste app prima, durante e dopo le competizioni nelle arene.

Proprio come fu per i Google Glass al cinema e in altri luoghi, alcune organizzazioni cominciano ad attrezzarsi per proteggere privacy e interessi commerciali legati a diritti d’autore. Qualche giorno fa è diventato un caso la nuova stagione della popolare serie tv il Trono di Spade, il cui primo episodio è stato ‘trasmesso’ in streaming illegalmente da dozzine di utenti su Periscope (l’app lanciata da Twitter) in barba ad accordi di trasmissione e copyright. Un comportamento che viola di fatto i termini di servizio dell’applicazione in cui c’è scritto che la società “rispetta i diritti di proprietà intellettuale di altri e si aspetta che gli utenti facciano lo stesso”. Dopo questa violazione del copyright sono finiti sotto la lente del microblog una serie di account che rischiano la chiusura.

Per questo la National Hockey League americana (NHL) ha deciso di vietare ufficialmente a tifosi e operatori media la trasmissione in streaming con Periscope o Meerkat delle partite di hockey cui assistono dal vivo in arena. La NHL ha infatti un suo account ufficiale su Periscope con oltre 22mila seguaci, quindi è comprensibile che non voglia precludersi eventuali “esclusive” di trasmissione anche su questo fronte emergente.

FONTE: ANSA.IT

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Icann, ecco come internet diventerà più robusta e neutrale

Icann, ecco come internet diventerà più robusta e neutrale

Interessante intervista su Wired.it a Fadi Chehade, presidente e CEO di Icann a proposito della gestione dei processi di attribuzione dei domini e di indirizzamento del traffico

I dispositivi connessi a Internet nel 2020 saranno 50 miliardi,forse di più. L’internet delle cose è la nuova frontiera del business e nel 2019 varrà 1,7 trilioni di dollari. Solo in Europa le professioni legate a Internet offriranno 150 mila posti di lavoro nei prossimi due anni. I social network sono la spina dorsale delle relazioni digitali.

Nel dibattito sull’evoluzione digitale delle nostre società troppo spesso dimentichiamo che quei servizi e quelle funzioni a cui affidiamo il nostro futuro dipendono dal funzionamento di Internet come infrastruttura globale. E mentre dimentichiamo che la sua evoluzione e stabilità sono i prerequisiti di quelle attività, ci scordiamo pure che la rete è un bene scarso, che non arriva ovunque e che non funziona da sola. La diamo per scontata. Ma la rete funziona perchè c’è chi la fa funzionare ogni giorno. L’Icann, l’autorità che assegna i nomi a dominio è l’attore principale del suo funzionamento, garantendo l’unicità delle risorse informatiche sui server distribuiti nelle reti di tutto il mondo. Internet infatti non è una semplice rete, ma una rete delle reti che le connette tutte a partire da regole condivise.

Perciò desta qualche preoccupazione la notizia che l’Icann sta per cambiare la sua mission di gestione della rete in seguito alla decisione degli Stati Uniti di cedere il controllo finora esercitato attraverso il dipartimento del commercio USA sulle DNS root zone, cioè sulla gestione dei processi di attribuzione dei domini e di indirizzamento del traffico. Per capirci, qualcosa di simile alle funzioni svolte dagli svincoli autostradali e dai cartelli segnaletici che, se corrispondono alle indicazioni sullo stradario, ci aiutano a non perderci quando intraprendiamo un viaggio.

Di questa missione e di questo cambiamento abbiamo chiesto a Fadi Chehade, da tre anni presidente e CEO di Icann. Fadi è un ingegnere, vive a Los Angeles da 30 anni, è sposato con due figli, di origine libanese con ascendenze italiane.

Cosa fa esattamente Icann?

“Icann è un’associazione non profit fatta di governi, aziende e società civile che lavorano insieme per gestire il livello logico infrastrutturale di internet. Internet è un insieme di migliaia di reti, ma si vede come una rete unica perchè c’è questo livello superiore.

“Icann si occupa degli identificatori unici, i numeri IP, che individuano ogni oggetto connesso a Internet e che corrispondono ai nomi attraverso cui un utente umano trova sulla rete le risorse che cerca. Questi IP corrispondono a dei nomi che sono elencati dentro una directory, il root system, organizzato e mantenuto da Icann e distribuito in tutto il mondo”.

Facciamo un esempio…

“Se cerchi wired.it, come fa il tuo telefonino a trovare il server? Quando mandi la richiesta, questa passa per il tuo Internet provider, che cerca nella propria directory. E come trova il .com? Interrogando il server di root di tutti i domini .com. che sono gestiti dall’Icann. Questo tipo di indirizzamento funziona bene da venti anni senza confusione tra .com e org.

“È una specie di stradario continuamente aggiornato. Se non lo fosse non saremmo in grado di trovare ciò che cerchiamo”.

Nel gergo dei nerd si dice che se una cosa funziona non devi aggiustarla. Ma allora perchè Icann dovrebbe cambiare la sua governance?

“Internet è una piattaforma dell’economia, della cultura, delle relazioni personali. Internet è una piattaforma per tutti e non ha frontiere. La sua attuale governance non è compatibile col suo carattere transnazionale sopratutto oggi che il mondo è diventato multipolare e multiattore.

“Icann è stata creata dallo stato americano, con una visionliberale, ma è comunque “controllata” dal governo americano. Icann ha un contratto per cui ogni volta che cambia un qualcosa nel root system bisogna dirlo agli Usa. Vuoi un nuovo dominio .paris? Lo devi dire a loro. Perciò abbiamo bisogno di cambiare modello”.

Quindi questo cambiamento di governance riguarda un nuovo modo di funzionare di Icann senza gli Usa?

“Gli Usa e gli altri governi saranno comunque partecipi della sua gestione ma allo stesso livello degli altri. Essi sono importantissimi per la sua gestione, ma lo stesso vale per i tecnici, le imprese e i pensatori che ci stanno aiutando a capire come andare oltre il modello attuale. In realtà cambierà poco. Accadrà che aggiungendo un .Paris al root server dopo aver avviato la procedura per farlo, non dovrò chiedere il permesso agli states. Intendiamoci. Il controllo prima esercitato non è mai stato usato per impedire l’apertura di nuovi domini. Ma è comunque una forma controllo che ha dato origine a conflitti diplomatici che vogliamo superare”.

Quindi non è solo una questione formale…

“Esatto. Ti faccio un altro esempio. Icann fa il suo lavoro associando il country code dello Yemen a una specifica macchina che si chiama .ye. Questa macchina è localizzata fisicamente in un luogo occupato dai ribelli houti in guerra col legittimo governo e la macchina non è più controllata dal governo. Per garantire il corretto reindirizzamento verso i siti internet della rete di quel paese il presidente yemenita ci ha scritto per associare l’indirizzo a un’altra macchina fisica. Abbiamo aperto il processo e saranno gli USA a dare l’ok definitivo”.

Il carattere univoco dell’indirizzario gestito da Icann decide la fortuna comunicativa, economica e commerciale di chi vi è elencato perchè gli americani l’abbandonano?

“Il controllo degli Usa riguarda solo una parte piccolissima della gestione di Internet. Tuttavia gli Usa hanno capito che occorre un modello nuovo e perciò hanno chiesto il rispetto di alcune condizioni che stiamo dicutendo. Per gli Usa il nuovo modello dovrà essere aperto e inclusivo, resistente a ogni tentativo di controllo governativo o aziendale e non dovrà essere delegato a entità sovranazionali come l’Onu dove il potere di veto di alcuni attori potrebbe pregiudicarne la libertà e l’efficienza.
Entro giugno arriveranno le proposte definitive da parte di tutti gli attori e per il 30 settembre la transizione, potrebbe essere una realtà”.

FONTE: WIRED

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Genitori impotenti su cyberbullismo

Genitori impotenti su cyberbullismo

Genitori ‘impotenti’ di fronte al cyberbullismo, o meglio questa è la sensazione che hanno. A portare sotto i riflettori del Mobile World Congress di Barcellona il tema giovani e sicurezza in rete è la società Kaspersky che alla fiera ha snocciolato dati di una ricerca globale condotta l’estate scorsa secondo la quale il 22% dei genitori non si sente in grado di tenere sotto controllo i figli online, percentuale che sale al 48% se riferita al cyberbullismo.

Condotto da Kaspersky Lab e B2B International, lo studio evidenzia che gli adulti che con le migliori intenzioni vogliono garantire ai propri figli la loro privacy rischiano di metterli maggiormente a rischio di molestie o abusi. Solo il 19% afferma di essere amico o di seguire i propri figli sui social media e solo il 39% monitora le attività online dei figli.

Meno della metà, il 38%, afferma di aver affrontato la questione dei rischi con i propri bambini o ragazzi. Sul fronte figli, dallo studio emerge che questi sono spesso riluttanti nell’ammettere di essere stati oggetto di cyberbullismo: il 25% dei genitori di bambini molestati online dice di esserne venuto a conoscenza molto tempo dopo. Il 44% dei genitori i cui figli sono stati oggetto di cyberbullismo è intervenuto per prevenire la cosa, mentre più della metà non lo ha fatto.

FONTE: ANSA.IT

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Facebook, con Legacy Contract stabilisci cosa fare del tuo account in caso di decesso

Facebook, con Legacy Contract stabilisci cosa fare del tuo account in caso di decesso

Non ha più senso sottolineare le distinzioni tra “vita online” e “offline”, la cosiddetta “real life”. L’unico momento in cui ancora la separazione si fa netta, e stride, è la morta di una persona. I social network continuano a mostrare pagine immobili, se non per i ricordi degli amici in bacheca, e i compleanni che continuano a essere segnalati automaticamente.

Facebook ha pensato di offrire una scelta sul da farsi ai suoi utenti, introducendo Legacy Contact, una funzione per cui ogni utente potrà selezionare un contatto – un familiare o un amico – che potrà gestire il suo account nel caso in cui dovesse venire a mancare.

La persona prescelta avrà delle funzioni limitate: potrà scrivere un post da visualizzare in cima alla timeline dell’account commemorativo, rispondere a nuove richieste di amicizia , aggiornare la foto profilo e di copertina, ma non potrà loggarsi come la persona mancata, né visualizzare i messaggi privati.

Ma non sarà l’unica soluzione: le persone potranno far sapere se preferiscono la cancellazione definitiva dell’account in caso di morte. La funzione Legacy Contact è per ora disponibile solo negli Stati Uniti.

FONTE: WIRED

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Diritto oblio: comitato esperti Google, va limitato all’Ue

Diritto oblio: comitato esperti Google, va limitato all’Ue

Il diritto all’oblio va limitato all’Unione Europea. E’ questo il succo delle conclusioni del rapporto del comitato di esperti incaricato da Google di esaminare gli effetti della sentenza della Corte di Giustizia Ue del 13 maggio 2014, che ha sancito il diritto dei cittadini europei di chiedere l’eliminazione di link giudicati “inadeguati o irrilevanti”. Google ha rimosso oltre 200mila link.

A questo link si può leggere il testo dell’intero rapporto.

Del comitato di esperti fanno parte, tra gli altri, Jimmy Wales di Wikipedia, l’italiano Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’università di Oxford, e Sylvie Kauffmann, direttore editoriale del quotidiano francese Le Monde. Per redigere le conclusioni del rapporto, il comitato ha tenuto consultazioni in tutta Europa, Italia compresa, in cui ha ascoltato istituzioni, aziende, media, mondo accademico, settore tecnologico, le organizzazioni che si occupano di tutela dei dati “al fine di far emergere e approfondire le relazioni complesse che intercorrono tra il diritto di sapere e il diritto alla privacy”.

“E’ stato molto utile ascoltare in questi mesi una molteplicità di punti di vista diversi in tutta Europa e terremo questo rapporto in considerazione. Nello svolgere le attività volte ad ottemperare alla decisione della Corte di Giustizia Europea stiamo anche attentamente considerando le indicazioni fornite dai Garanti europei”: è il commento di David Drummond, capo dell’ufficio legale dell’azienda di Mountain View.

FONTE: ANSA.IT

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Cina, nuova stretta su internet

Cina, nuova stretta su internet

La Cina continua a stringere le maglie della censura su internet. L’ultimo provvedimento riguarda i blog, micro blog e le chat room, per i quali viene richiesto, d’ora in avanti, che l’utente si registri con il suo vero nome e prometta per iscritto di evitare qualunque commento o azione che possa sfidare o creare disagio al sistema del partito comunista.

La nuova mannaia, che rende sempre più difficoltoso per gli utenti in Cina l’utilizzo degli strumenti che offre la rete, sta notevolmente scoraggiando i ‘naviganti’, tanto che, secondo i dati disponibili e resi noti dal Centro per l’informazione internet cinese, già alla fine dello scorso anno il numero degli utenti di microblog era sceso a 249 milioni, registrando un calo del 7,1% rispetto al 2013. La Cina ha tuttora il maggior numero di utenti di internet al mondo (circa 649 milioni) ma le continue restrizioni imposte dal governo di Pechino stanno orientando il pubblico verso scelte diverse.

Dei 649 milioni di utenti totali di internet, infatti, circa 557 accedono alla rete tramite dispositivi mobili. Sempre meno usati proprio i microblog mentre in costante crescita i sistemi di “instant Messaging” dove si è registrato un incremento del 17,8%. A dominare il mercato WeChat, prodotto del gigante della tecnologia cinese Tencent, che permette agli iscritti di scambiarsi foto, commenti, files, parlarsi, fare giochi, insomma una sorta di ‘Facebook cinese’. I più popolari social network stranieri come Twitter, Facebook e siti come Youtube in Cina sono vietati e quindi inaccessibili.

Fino a poco tempo fa la censura del grande fratello veniva aggirata usando le Vpn, virtual social network, dei programmi (per lo più a pagamento) che consentono di collegarsi da un indirizzo straniero e quindi di aggirare i filtri che bloccano l’accesso a questi siti. Da alcune settimane però tutti i controlli sono stati intensificati e anche le vpn sono risultate inutili. Persino l’accesso a Google e ad alcuni dei suoi servizi è stato bloccato. La Cina di recente, anche per fronteggiare le numerose critiche sul suo operato in tal senso da parte della comunità internazionale, ha introdotto il concetto di “sovranità su internet” in base al quale, sostanzialmente, ogni paese avrebbe il diritto di controllare i materiali pubblicati on line all’interno dei propri confini.

L’amministrazione cinese per il cyberspazio, dal canto suo, ha osservato che le nuove regole che impongono, tra le altre cose, la registrazione degli utenti, hanno il fine di “combattere il caos generato dagli username”. Pechino ha poi specificato che molti utenti usano nick name inappropriati (molto diffusi anche Putin e Obama) promuovendo “la diffusione di una cultura volgare”. Nel maggio scorso Sina Corporation, che gestisce una della maggiori piattaforme internet cinesi, ha dovuto pagare una multa di 815.000 dollari per aver consentito la pubblicazione di “contenuti dannosi e indecenti”.

FONTE: ANSA.IT

 

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Polizia Postale: attenzione al virus Cryptoclocker

Polizia Postale: attenzione al virus Cryptoclocker

Un virus che blocca l’intero contenuto del Pc e di tutti gli eventuali apparecchi collegati in rete, e che viene rimosso da chi lo ha inviato solo dietro pagamento di un riscatto: è la nuove frode che circola su Internet e che ha già colpito centinaia di utenti. L’allarme arriva dalla polizia postale, che sta indagando sulla truffa per cercare di risalire agli ideatori del virus che sta già provocando danni economici significativi a cittadini e imprese.

Lo scenario è il seguente: l’utente di Internet riceve sulla propria posta elettronica un messaggio che fornisce informazioni su presunte spedizioni a suo favore oppure un testo che contiene un link relativo ad un acquisto effettuato online o ad altri servizi internet. Cliccando sul link incluso nella mail o aprendo l’allegato (solitamente un pdf), il gioco è fatto e il computer riceve una variante del virus “Cryptoclocker”.

Questo virus, spiega la polizia postale, è un programma che rende immediatamente illeggibili tutti i documenti presenti sia sul computer attaccato che sugli altri pc collegati in rete. Per rimuovere il virus è necessaria una procedura di decriptazione che solo chi ha creato l’infezione può attivare. Ed è qui che si realizza il ricatto: una schermata chiede infatti il pagamento di alcune centinaia di euro per riavere i documenti.

Quali sono le misure per contrare la minaccia? “In primo luogo – concludono gli esperti – occorre avere il software installato nel proprio computer sempre aggiornato e munirsi di un buon antivirus. E inoltre sempre buona norma avere un backup, una “copia d’emergenza” dei propri file e, infine, mai aprire mail non attese”.

FONTE: ANSA.IT

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Privacy: come difendersi dai cookie, online video Garante

Privacy: come difendersi dai cookie, online video Garante

Cosa sono i cookie? A cosa servono? Rappresentano potenziali rischi per la nostra privacy? Come possiamo tutelare i nostri dati personali quando navighiamo sul web? Sono alcune delle domande a cui risponde il nuovo video tutorial realizzato dal Garante per la privacy.

Il video, online sul sito dell’Autorità e sul canale YouTube aperto dal Garante, è parte di una campagna informativa che comprende anche una lista di risposte a domande frequenti (FAQ) in tema di informativa e consenso per l’uso dei cookie: si tratta delle informazioni che i server possono inviare a pc, smartphone e tablet, quando si visita un sito o si usa un social network, e registrare per ottenere informazioni di vario tipo.

L’obiettivo della campagna è sensibilizzare gli utenti di Internet sull’invasività che i cookie – in particolare quelli di profilazione – possono avere nell’ambito della sfera privata, ma anche illustrare, in modo chiaro e sintetico, le misure di garanzia introdotte dall’Autorità con il provvedimento generale sull’uso dei cookie dello scorso maggio.

Nel tutorial vengono anche illustrate le accortezze che ogni utente può mettere in campo per limitare o bloccare del tutto la presenza di cookie durante la navigazione online. Il video è stato autoprodotto dal Garante a costo zero impiegando personale degli uffici.

FONTE: ANSA.IT

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Commercialisti e avvocati “anello debole” per cybercrime

Commercialisti e avvocati “anello debole” per cybercrime

Uomini d’affari, manager ma anche commercialisti e avvocati saranno sempre di più “l’anello debole” attraverso il quale il cyber-crime entrerà nei segreti di grandi aziende. Gli hacker li useranno come ‘cavallo di Troia’ per ‘bucare’ i piani industriali e di sviluppo delle grandi società. Sono queste le previsioni per il 2015 di Raoul Chiesa, uno dei maggiori esperti di sicurezza a livello internazionale, consulente per l’Onu. Nel mirino dei cyber criminali, secondo Chiesa, ci sarà anche l’eGovernment e la Pubblica Amministrazione digitalizzata ma anche l’Nfc, cioè la tecnologia per i pagamenti in mobilità presente pure sul nuovo iPhone.

“Gli hacker già colpiscono manager e uomini di affari negli hotel approfittando di ambienti non correttamente presidiati dal punto di vista della sicurezza. Questo tipo di violazioni si espanderà verso commercialisti e studi legali”, spiega all’ANSA Raoul Chiesa. “Alcune organizzazioni, criminali e governative – aggiunge – hanno compreso da tempo che l’anello debole della catena sono loro. Il cyber-crime non andrà più alla ricerca delle credenziali di accesso delle aziende-clienti di questi professionisti, bensì dei loro piani industriali, di sviluppo e dei loro segreti commerciali più intimi”.

Raoul Chiesa lancia poi un allarme per la Pubblica Amministrazione. “Il nostro Paese sta intraprendendo una svolta epocale: l’e-Government, la digitalizzazione dell’intera P.A. e l’abbandono del cartaceo potrebbe rivelarsi un rischio enorme se non si porrà la dovuta attenzione agli aspetti di sicurezza, lo sviluppo di codice sicuro, i processi di verifica delle applicazioni web e dei portali pubblici”, sottolinea l’esperto. “In questi mesi – aggiunge – si e’ visto di tutto, dalle violazioni dei dati sanitari nei database delle Asl, sino agli studenti di scuole superiori che si cambiavano i voti grazie ad azioni di ‘hacking'”.

Altra escalation mondiale di attacchi sarà rivolta al Pos e ai totem dei parcheggi (“abbiamo oggi ben sei diversi ceppi di malware scritti specificatamente, nel 2015 ci potrebbe essere un raddoppio”); all’Internet delle cose, cioè gli oggetti connessi, dalla smart car alla casa intelligente fino ai sensori che si indossano (“una rivoluzione totale, permetterà ad ogni essere umano di avere circa dieci indirizzi IP”). Da tenere sempre sotto controllo due ‘capisaldi’ come gli attacchi a social network esmartphone, la cui diffusione è in crescita esponenziale.

Ultimi, ma non per importanza, gli attacchi del cyber-crime attraverso la tecnologia Near Field Communication (Nfc), quella alla base dei pagamenti ‘mobile’: da oramai quasi tre anni Raoul Chiesa ed altri ricercatori europei lanciano allarmi in merito alla dimostrata possibilità di intercettare il numero e la data di scadenza delle carte di credito basate su Nfc, per effettuare poi acquisti non autorizzati di prodotti e servizi.

FONTE: ANSA.IT

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Google prepara YouTube per bambini

Google prepara YouTube per bambini

Dopo le indiscrezioni dei mesi scorsi la conferma: Google sta lavorando ad una versione di YouTube per bambini al di sotto dei 12 anni, che già sono grandi fruitori di video sulla piattaforma online. La conferma arriva da Pavni Diwanji, Vice Presidente del settore ingegneria di Google, che ha rilasciato un’intervista a Usa Today. La versione di YouTube per bambini dovrebbe arrivare nel 2015. E non sarebbe l’unica novità rivolta al pubblico dei più piccoli: l’azienda di Mountain View starebbe preparando per loro anche una versione apposita di Chrome, il celebre browser per la navigazione su Internet. “Questa è una delle più grosse sfide a cui dovrò far fronte.

Vogliamo accertarci che ogni singolo pezzo di Google sia adatto ai bambini”, dice la manager di Google, Pavni Diwanji, che ha due figli di 8 e 13 anni. La legge statunitense regolamenta il modo in cui prodotti e servizi su Internet devono essere forniti ai bambini attraverso il Children’s Online Privacy Protection Act. “Vogliamo dare ai genitori gli strumenti giusti per controllare l’uso che i figli fanno dei nostri prodotti. Non solo vogliamo che i bambini navighino al sicuro, ma che siano anche creatori e non sono fruitori di tecnologia”, sottolinea Pavni Diwanji.

FONTE: ANSA.IT

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