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No, non puoi usare i dati che trovi online come ti pare

No, non puoi usare i dati che trovi online come ti pare

Quante volte ci troviamo di fronte ad affermazioni del tipo “i dati che ho integrato nel mio sito sono liberamente accessibili su internet, li posso prendere!” o anche “se sono su internet sono gratis e li posso prendere”.

Ebbene ancora una volta un’autorità indipendente ci riporta alla  realtà: nel web così come nel mondo non virtuale bisogna rispettare i diritti dei terzi e anche se una determinata attività è tecnicamente possibile non è detto che sia anche lecita.

Questa volta a ricordarlo è il Garante privacy che con un provvedimento di cui ha dato notizia nella propria newsletter mensile ha dichiarato “[…] illecito e ha vietato ad una società la formazione e la diffusione on line di un elenco telefonico contenente dati di oltre 12.500.000 persone non raccolti dal data base unico ma da altri siti web (mediante web scraping) senza il consenso degli utenti” ordinando alla società la cancellazione di tali dati dal proprio sito.

La società in questione aveva raccolto attraverso specifici software con la tecnica del web-scraping i dati, liberamente accessibili, di oltre 12 milioni di persone e realizzato un elenco telefonico online.

Con il suo provvedimento il Garante ha confermato che per creare elenchi telefonici, anche online, occorre seguire le regole dettate dallo stesso Garante nel corso del tempo utilizzando il database unico che raccoglie numeri di telefono e altri dati dei clienti di tutti gli operatori nazionali di telefonia fissa e mobile o in alternativa, acquisendo il consenso libero, informato, specifico da parte degli utenti.

Insomma non tutti i dati che si trovano su internet possono essere presi da chiunque e inglobati nel proprio sito. Ma non bisogna prestare attenzione solo ai profili privacy ricordati nel provvedimento segnalato. Altri profili possono essere coinvolti nell’attività di sistematica acquisizione di dati, informazioni, immagini su fonti liberamente accessibili in rete.

Tra tutti il necessario rispetto dei diritti di proprietà intellettuale di terzi. Ne avevamo scritto qui tempo fa in relazione a una decisione del Tribunale di Milano poi parzialmente riformata dalla Corte di Appello con riferimento allo screen-scraping del database di una nota compagnia aerea.

Ma non basta, anche la cybersecurity può giocare un ruolo su questo fonte. In Italia non si segnalano, ancora, provvedimenti da parte delle competenti autorità ma un segnale dell’interesse sul tema proviene dalla Danimarca dove di recente il Danish National Cyber Crime Center (NC3), reparto della polizia danese deputato alla lotta al cybercrime, ha ordinato la chiusura di un sito web che aveva riprodotto i dati liberamente accessibili del catasto danese.

Tale attività che era stata considerata lecita dal garante privacy è stata equiparata dalla polizia danese a un forma di hacking e considerata un pericolo per la cybersecurity per le particolari modalità attraverso le quali i dati pubblici erano stati combinati sul sito in questione.

Tuttavia non tutto è vietato. Il data-scraping si può fare ma occorre prestare attenzione e un’analisi dettagliata di tutte le circostanze del caso. La tipologia di dati trattati, le fonti considerate, le modalità di pubblicazione: si tratta di aspetti che vanno analizzati con attenzione per evitare, o quantomeno limitare, la possibilità di esporsi a sanzioni o ordini di varia natura da parte delle autorità competenti.

FONTE: WIRED

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La chat di PlayStation verrà intercettata per prevenire attacchi terroristici

La chat di PlayStation verrà intercettata per prevenire attacchi terroristici

Dopo un vertice sulla sicurezza in previsione del Giubileo, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha dichiarato che il Governo inizierà a prendere le misure necessarie per intercettare le chat di PlayStation 4. “Un tempo lo scambio delle notizie avveniva solo per telefono”, dichiara su Repubblica“Oggi gli strumenti sono molti di più e la rete offre infinite opportunità: per questo dobbiamo potenziare i nostri sistemi di intercettazione e questo oggi abbiamo deciso. Sulle PlayStation? Sì, ma anche su tutte quelle chat legate ad altri programmi come, ad esempio, quelli per scaricare musica“.

La decisione arriva dopo le dichiarazioni del Ministro belga Jan Jambon a Politico che avevano messo in guardia sul fatto che l’ISIS potesse utilizzare PlayStation Network per comunicare in maniera sicura. Le sue parole sono state poi irresponsabilmente collegate con gli attacchi di Parigi, quasi ci fosse una connessione diretta tra la tragedia e la console, correlazione prontamente smentita in ogni modo, anche dalla stessa Sony.

Ovviamente questo non vuol dire che la chat della console non possa essere usata per scopi illeciti, ma solo perché è uno dei tantissimi modi in cui le persone oggi possono comunicare tra di loro.

FONTE: WIRED

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Cyber-bullismo, al via servizio supporto vittime

Cyber-bullismo, al via servizio supporto vittime

In Italia il primo servizio di supporto dedicato alle vittime del cyber-bullismo che molto spesso sono minori e non conoscono le conseguenze di un comportamento che di fatto è criminale. Chi subisce molestie via web da oggi può scrivere al numero 393.300.90.90 o all’indirizzo e-mail help@off4aday.it, gestito da un team di psicologi pronti a rispondere ed aiutare chiunque ne avesse bisogno. L’iniziativa è di Samsung e del Moige con il patrocinio della Polizia di Stato.

Secondo una recente indagine della Società Italiana di Pediatria, il 31% dei tredicenni (35% ragazze) dichiara di aver subito atti di cyber-bullismo e il 56% di avere amici che lo hanno subito. Tra gli adolescenti che utilizzano almeno tre piattaforme di social network la percentuale di chi ha subìto atti di bullismo online sale al 45%. Questa iniziativa fa parte della campagna #OFF4aDAY che invita tutti a “spegnersi” per un giorno (Samsung oscurerà tutti i suoi canali di comunicazione come gesto simbolico), condividere il numero di supporto e l’indirizzo e-mail del servizio contro il cyber-bullismo, modificando anche il proprio profilo sui canali social con l’hashtag #OFF4aDAY per sensibilizzare gli utenti sul tema.

Il progetto di Samsung e Moige proseguirà per tutto il 2016 e coinvolgerà anche duemila scuole in tutta Italia con un percorso di sensibilizzazione e un kit didattico sviluppato ad hoc dagli esperti del Moige. Il servizio di supporto dedicato alle vittime del cyber-bullismo sarà attivo dal lunedì al sabato, dalle 14 alle 20.

FONTE: ANSA.IT

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Agcom, al via sportello web reputation

Agcom, al via sportello web reputation

Uno sportello online per segnalare contenuti lesivi presenti sul web è a disposizione dei cittadini di Abruzzo, Lazio e Marche tramite i portali dei Co.re.com, il ‘braccio’ territoriale dell’Agcom. Questo il progetto di “Sportello web reputation” presentato dall’Autorità per le comunicazioni. Tramite i portali dei Co.re.com coinvolti i cittadini possono presentare richieste di informazioni e chiarimenti in merito a contenuti lesivi della loro reputazione pubblicati sul web.

La sperimentazione dello sportello durerà circa quattro mesi (dal 15 luglio al 31 ottobre 2015) e coinvolge una società privata che attualmente offre il servizio a titolo gratuito e si occupa di verificare ed elaborare la segnalazione per poi comunicarne l’esito finale allo sportello Co.re.com.

Lo scopo dell’iniziativa è anche quello di individuare i fattori di maggiore criticità per i minori che navigano in rete, si tratta “di uno strumento di civiltà e di vivere civile perché ha un interesse produttivo rivolto specialmente verso i più giovani e più influenzabili” ha detto il presidente dell’Agcom, Marcello Cardani a cui si è associato anche il presidente del Co.re.com Lazio, Michele Petrucci che ha definito lo sportello uno strumento “di moral suasion per cercare di prevenire la denuncia alla polizia postale nei casi in cui, specialmente se coinvolto un minore, la denuncia può creare disagio e imbarazzo”.

FONTE: ANSA.IT

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Telefonia e Internet: disservizi e indennizzi

Telefonia e Internet: disservizi e indennizzi

Gli utenti di servizi di telefonia fissa e/o di telefonia mobile e di servizi di accesso a Internet da postazione fissa e/mobile hanno diritto a indennizzi in caso di disservizi, secondo quanto previsto nel regolamento approvato da AGCOM nel febbraio del 2011 con la delibera n. 73/11/CONS.

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha annunciato il 26 maggio scorso l’avvio di una consultazione per la modifica del sistema di indennizzi per i disservizi nel settore delle comunicazioni elettroniche.

Obiettivo: rafforzare le tutele per gli utenti, con nuove disposizioni riguardanti la banda ultra larga, gli indennizzi automatici e i meccanismi di individuazione della responsabilità nei rapporti tra operatori.

A quanto ammontano, a oggi, gli indennizzi per i disservizi in cui si imbattono gli utenti? In altri termini, cosa prevede il regolamento approvato da AGCOM e non ancora modificato?

Prima di rispondere, si ricorda che è possibile affidarsi ai servizi di comparazione delle offerte ADSL e Fibra Ottica e delle offerte di Telefonia Mobile e di Internet Mobile curati dagli esperti diSosTariffe.it per confrontare tutte le soluzioni di mercato disponibili in Italia e individuare quelle che meglio rispondono alle proprie esigenze.

Indennizzo per ritardata attivazione del servizio (articolo 3). Nei casi di ritardo nell’attivazione del servizio rispetto al termine massimo previsto dal contratto, gli operatori sono tenuti a corrispondere un indennizzo per ciascun servizio non accessorio pari a 7,50 euro per ogni giorno di ritardo. La medesima cifra si applica anche in caso di ritardo nel trasloco dell’utenza.

L’indennizzo è applicato inoltre anche nei casi di ritardo per i quali l’operatore non abbia rispettato i propri oneri informativicirca i tempi della realizzazione dell’intervento o gli eventuali impedimenti, e nel caso di affermazioni non veritiere circa l’esistenza di impedimenti tecnici o amministrativi.

Se il ritardo riguarda procedure per il cambio di operatore, l’importo dell’indennizzo si riduce a un quinto.

Nel caso di servizi accessori, si applica, per ogni giorno di ritardo, l’importo maggiore tra la metà del canone mensile del servizio interessato e la somma di 1 euro, fino a un massimo di 300 euro.

Nel caso di servizi gratuiti, invece, si applica l’importo di 1 euro per ogni giorno di ritardo, fino a un massimo di 100 euro.

Indennizzo per sospensione o cessazione del servizio (articolo 4). Nei casi di sospensione o cessazione amministrativa di uno o più servizi in assenza di presupposti o del preavviso previsto, gli operatori devono corrispondere un indennizzo, per ciascun servizio non accessorio, di 7,50 euro per ogni giorno di sospensione.

Se la sospensione o la cessazione riguarda soltanto servizi accessori, si applica per ogni giorno di ritardo l’importo maggiore tra la metà del canone mensile del servizio interessato e la somma di 1 euro, fino a un massimo di 300 euro.

Indennizzo per malfunzionamento del servizio (articolo 5). Nei casi di completa interruzione del servizio per motivi tecnici imputabili all’operatore di riferimento, agli utenti spetta un indennizzo, per ciascun servizio non accessorio, pari a 5 euro per ogni giorno d’interruzione.

Se, invece, l’erogazione del servizio è irregolare o discontinua, ma non comporta la completa interruzione del servizio stesso, gli operatori sono tenuti a corrispondere un indennizzo per ciascun servizio non accessorio pari a 2,50 euro per ogni giorno di malfunzionamento.

Un indennizzo di 2,50 euro è dovuto, ogni giorno, anche in caso dimancato rispetto degli standard qualitativi stabiliti nella carta dei servizi di ciascun operatore.

Se il malfunzionamento del servizio è dovuto al ritardo, imputabile all’operatore, nella riparazione del guasto, l’indennizzo si applica all’intero periodo che intercorre tra la ricezione del reclamo e l’effettivo ripristino della funzionalità del servizio.

Se le circostanze di cui sopra riguardano soltanto servizi accessori, si applica per ogni giorno di ritardo l’importo maggiore tra la metà del canone mensile del servizio interessato e la somma di 1 euro, fino a un massimo di 300 euro. 

Indennizzo per omessa o ritardata portabilità del numero (articolo 6). Nei casi di procedure di portabilità del numero non concluse nei termini stabiliti dalla disciplina di settore, l’operatore responsabile del ritardo è tenuto a versare un indennizzo di 5 euro per ogni giorno di ritardo; se la portabilità riguarda utenze mobili, l’importo si riduce alla metà.

Nei casi di sospensione o cessazione del servizio, si applicano gli indennizzi previsti in materia di malfunzionamento del servizio (articolo 5).

Indennizzo per attivazione o disattivazione non richiesta delle prestazioni CS o CPS (articolo 7). Nei casi di attivazione o disattivazione non richiesta delle prestazioni di Carrier Selection o Carrier Pre Selection, l’operatore responsabile deve corrispondere un indennizzo di 2,50 euro per ogni giorno di attivazione o disattivazione.

Indennizzo per attivazione di servizi o profili tariffari non richiesti (articolo 8). Nei casi di attivazione di servizi non richiesti, gli operatori sono tenuti a versare un indennizzo di 5 euro per ogni giorno di attivazione. Nei casi di servizi accessori o di profili tariffari non richiesti, l’indennizzo giornaliero scende a 1 euro.

Indennizzo in caso di perdita della numerazione (articolo 9). All’utente che perde la titolarità del numero telefonico assegnato in precedenza per fatto imputabile all’operatore, quest’ultimo deve corrispondere un indennizzo di 100 euro per ogni anno di precedente utilizzo, fino a un massimo di 1.000 euro.

Indennizzo per omessa o errata indicazione negli elenchi telefonici pubblici (articolo 10). Nei casi di omessa o errata indicazione negli elenchi telefonici pubblici, l’operatore responsabile del disservizio deve versare un indennizzo di 200 euro per ogni anno di disservizio. La medesima cifra è dovuta per omesso aggiornamento dei dati in caso di modifica o di tempestiva e giustificata richiesta da parte dell’interessato.

Indennizzo per mancata o ritardata risposta ai reclami (articolo 11). L’operatore che non fornisce risposta a un reclamo entro i termini stabiliti dalla carta dei servizi o dalle delibere di AGCOM deve versare un indennizzo pari a 1 euro per ogni giorno di ritardo, fino a un massimo di 300 euro.

Note

Se l’utenza interessata dal disservizio è di tipo affari, vale a dire business, nei casi indicati negli articoli da 3 a 6, gli operatori devono corrispondere indennizzi maggiorati nella misura del doppio. Nei casi indicati negli articoli 9 e 10, invece, le cifre quadruplicano.

Gli utenti che hanno utilizzato i servizi di comunicazione elettronica in maniera anomala o non conforme alle condizioni del contratto stipulato non hanno diritto agli indennizzi previsti nel regolamento.

Le disposizioni del regolamento non si applicano nei casi in cui gli operatori abbiano già corrisposto gli indennizzi secondo quanto previsto nelle norme contrattuali prima dell’instaurazione di una controversia e nei casi in cui, terminata la fase di conciliazione, risulti l’impegno degli operatori al riconoscimento degli indennizzi.

Risorse

Regolamento in materia di indennizzi applicabili nella definizione delle controversie tra utenti ed operatori 

Delibera n. 73/11/CONS

FONTE: WIRED

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Perché i siti vi chiedono il consenso di usare cookie sui vostri computer

Perché i siti vi chiedono il consenso di usare cookie sui vostri computer

Il provvedimento per “l’individuazione delle modalità semplificate per l’informativa e l’acquisizione del consenso per l’uso dei cookie” (numero 229/2014), ribattezzato “Cookie Law” sta per fare il suo debutto. Restano però poco chiare le reali finalità di quello che sembra essere un pasticcio male interpretato e concepito ancora peggio; tra l’altro con un considerevole ritardo rispetto alla legge madre, approvata dalla Commissione europea nel 2011.

La confusione è tanta sia per chi amministra i siti web sia per gli utenti, questi ultimi chiamati a rilasciare consensi informati sull’uso dei cookie, tema che di norma non conoscono a sufficienza e che non è stato minimamente dibattuto nell’anno di transizione messo a disposizione dalla pubblicazione della decisione sulla Gazzetta Ufficiale, avvenuta il 2 giugno 2014.

La confusione non riguarda tanto i cosiddetti “cookie tecnici”, che permettono la memorizzazione di dati quali nomi utenti e password per l’accesso ai siti o alcune impostazioni particolari quali, per esempio, la dimensione dei caratteri di una specifica risorsa web, ma riguarda più che altro i “cookie di profilazione”, laddove il provvedimento diventa perlopiù inutile e, dal punto di vista degli inserzionisti, persino dannoso.

I cookie di profilazione sono preziosi per motivi pubblicitari, consentono infatti di veicolare messaggi in modo mirato, arrivando potenzialmente ad apparire a quegli utenti che hanno manifestato interesse per un prodotto o un servizio specifico. Si tratta di banner e video che di norma consideriamo noiosi e che, in alcuni casi, rallentano anche la navigazione. Il fatto però che un utente non acconsenta alla ricezione di cookie di profilazione, negando il proprio benestare tramite il banner che appare alla prima visita a un sito, non significa che la sua navigazione sarà esente da pubblicità, significa invece che video e banner non terranno conto degli interessi manifestati, a danno degli inserzionisti e del comparto che fa della pubblicità il proprio core business.

Va considerato che la Rete non è fatta solo da siti di multinazionali, siti di informazione o istituzionali, è densa di risorse preziose e utili pubblicate da persone che, con gli introiti pubblicitari, rientrano anche solo parzialmente dei costi sostenuti.

Il provvedimento non elimina la pubblicità e rappresenta un limite (superabile, per carità) per i gestori di siti web che dovranno adeguarcisi, adottando soluzioni tecniche che rappresentano a loro volta un business, poiché proliferano aziende che le forniscono dietro lauto compenso. In questo caso si parla soprattutto dei cookie definiti “di terze parti”, i plug-in sociali, risorse per le statistiche, banner, eccetera, caso in cui le policy che l’utente deve accettare (o rifiutare) vanno redatte seguendo i dettami del provvedimento stesso e la cui realizzazione potrebbe non essere nelle corde di chi ha aperto un proprio sito a livello amatoriale o non professionale, con il rischio di incappare in sanzioni che vanno dai 6mila ai 36mila euro; le linee per l’adeguamento al provvedimento sono a tratti fumose.

Non si tratta di tessere le lodi alla pubblicità sul web, quanto di comprendere fino a che punto questo provvedimento sia realmente inteso a tutelare la privacy dei navigatori ai quali viene chiesto un consenso definito “informato”, aggettivo che rischia di perdere gran parte del suo significato in un contesto, quello dei cookie e del loro funzionamento, che ancora oggi sfugge ai più.

Il Garante mette sulla graticola l’Internet advertising, in modo piuttosto spicciolo, senza valutare che il comparto del webmarketing e della pubblicità sulla Rete genera impiegointroiti pari a 2 miliardi di euro nel 2014, con una crescita di 12,7 punti percentuali rispetto al 2013 e dimenticando che la profilazione, online così come offline, è l’anima della pubblicità che, a sua volta, è l’anima del commercio.

FONTE: WIRED

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Phishing: il 97% utenti non lo riconosce

Phishing: il 97% utenti non lo riconosce

Il “phishing”, tecnica sfruttata dai cybercriminali per rubare informazioni dagli account online, è praticamente sconosciuto alla maggior parte degli utenti del web. Secondo un rapporto di Intel, questo tipo di truffa non viene identificato dal 97% degli internauti. E, come se non bastasse, secondo uno studio di Kaspersky tale tipologia di minacce è aumentata nei primi mesi dell’anno in concomitanza col lancio dei nuovi domini internet, quelli tipo “.work” o “.science”.

Il “phishing” consiste per lo più di e-mail (o messaggi inviati tramite social network) che inducono con l’inganno gli utenti a digitare le informazioni dei loro account personali (o a cliccare su link) in pagine web simili a quelle di soggetti autentici (come istituti finanziari o enti pubblici), create ad hoc per rubare i dati che vi vengono inseriti.

Intel Security ha testato 19mila utenti di 144 Paesi con un Phishing Quiz. I risultati sono preoccupanti: davanti a 10 email solo il 3% degli interpellati è riuscito a distinguere quelle “autentiche” da quelle di phishing, mentre l’80% non ha identificato almeno una email di phishing, condizione sufficiente per cadere vittima di un attacco. Gli hacker dal canto loro ne approfittano.

Nei primi tre mesi del 2015, come rilevato dalla società Kaspersky, la disponibilità dei nuovi domini internet di primo livello destinati a comunità e organizzazioni si è trasformata in nuovo strumento per promuovere campagne pubblicitarie indesiderate o illegittime. Un milione i casi di phishing in più rilevati.

FONTE: ANSA

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Un anno di diritto all’oblio

Un anno di diritto all’oblio

Il 13 maggio 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea riconosceva legittima la richiesta dello spagnolo Mario Costeja González, il quale desiderava sparissero dal web alcuni link che lo riguardavano. Al tema è sensibile anche il Senato della Repubblica che ha costituito un gruppo di lavoro per una versione interna del diritto all’oblio.

La sentenza della causa C-131/12 nel dare ragione a Mario Costeja González da’ ragione a tutti quei cittadini europei che vogliono esercitare il “diritto all’oblio”. Nel caso specifico, giova ricordarlo, lo spagnolo chiedeva che sul web non fossero più rintracciabili dei link che portavano alle pagine del quotidiano “La Vanguardia” sulle quali venivano annunciate le vendite all’asta di alcuni suoi beni in un momento economico per lui non propizio. Una storia vecchia, risalente al 1998, che secondo Costeja González ne discriminava l’immagine anche a 16 anni di distanza.

Ne è nato un discorso di ordine giuridico-filosofico ancora oggi non del tutto sedato: da una parte gli interessi del cittadino e il concetto spesso fumoso di “informazioni utili alla società” che costituiscono uno dei prerequisiti per la rimozione dei link, dall’altra parte gli interessi delle aziende e, nell’ultimo angolo del trilatero, il potere di Google che non può e non deve rimanere l’unico organo giudicante sulle possibilità che i richiedenti vedano soddisfatte le proprie volontà di rimozione di link.

Quali i presupposti per la de-indicizzazione?
Non si può chiedere la cancellazione di un link se il fatto è recente o di rilevante interesse pubblico. Se il “fattore tempo” è facilmente misurabile, parametrizzare con chiarezza ciò che è di pubblica utilità è più complesso. Si deve fare appello anche al diritto di cronaca i cui effetti devono essere bilanciati con il principio di essenzialità dell’informazione, altro tema di non sempre facile interpretazione.

L’anomalia italiana (e il Garante per la Privacy)
A livello mondiale Google ha soddisfatto il 41,3% delle richieste di rimozione, in Italia la percentuale crolla al 27,6%. Dato che spinge a chiedersi se alle nostre latitudini vi sia una tendenza a volere rimuovere link ritenuti discriminanti. Un buon esempio arriva dal Garante per la Privacy il quale, con Provvedimento numero 618 del 18 dicembre 2014, è stato chiamato a redimere un ricorso presentato contro Google al quale, nel caso specifico, un italiano aveva chiesto di rimuovere alcuni link che lo riguardavano e che il postulante, coinvolto in un’indagine giudiziaria, riteneva fuorvianti e pregiudizievoli. Durante l’istruttoria il Garante ha valutato anche gli snippet (le sintesi che affiancano i risultati restituiti dalle ricerche effettuate su Google) i quali, in effetti, proponevano un riassunto piuttosto penalizzante e non del tutto in linea con il contenuto dell’articolo cui facevano riferimento. Mountain View ha quindi provveduto a modificare lo snippet, senza però forzare Google nella de-indicizzazione del link. I costi del procedimento, di 500 euro, sono stati posti a carico sia del richiedente sia di Big G. Sempre in Italia una donna ha chiesto – ottenendo l’ok di Google – che venissero rimossi i link in cui appariva il suo nome in relazione all’omicidio del marito, avvenuto però diversi decenni fa. Sorte diversa ha avuto la richiesta di un cittadino italiano arrestato per reati finanziari.

Il Senato e il diritto all’oblio
Il Senato della Repubblica lavora per impedire l’indicizzazione di alcuni dati, così come proposto dal Gruppo di lavoro per l’esame delle istanze concernenti dati personali contenuti in atti parlamentari del Senato, creato per vagliare le richieste di quei cittadini i cui nomi, elencati in atti parlamentari, vengono indicizzati dai motori di ricerca. Le istanze potranno però essere presentate solo trascorsi almeno 3 anni dalla pubblicazione degli atti parlamentari stessi.

FONTE: WIRED

 

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Sweep Day per protezione dei bimbi sul web

Sweep Day per protezione dei bimbi sul web

Il Garante per la privacy avvia un’indagine sull’Internet dei bambini, per verificare in particolare se i principali siti Internet visitati e alcune delle più diffuse app scaricabili su smartphone e tablet rispettano la privacy dei minori. L’azione del Garante si inserisce nell’ambito del “Privacy Sweep 2015”, un’iniziativa promossa dal Global Privacy Enforcement Network (Gpen), la rete internazionale nata per rafforzare la cooperazione tra le Autorità della privacy di diversi Paesi.

Il 12 maggio, 28 Autorità di tutto il mondo, tra cui l’Italia, dedicheranno la giornata a uno “sweep” (letteralmente “indagine a tappeto”) sulla privacy dei bimbi, in particolare quelli compresi tra gli 8 e i 12 anni. Si tratta di una fascia d’età molto vulnerabile, in cui molti giovanissimi già navigano in rete tramite pc e dispositivi mobili, scaricano giochi e altre app.

Il Garante sottoporrà ad un attento esame i siti e le app più popolari nonché le app appositamente realizzate per i più giovani. In particolare, sarà analizzato il grado di trasparenza sulla raccolta e sull’uso delle informazioni riguardanti i minori, le autorizzazioni richieste loro per scaricare le applicazioni e il rispetto della normativa italiana sulla protezione dati. Le analisi saranno inserite in un report comune a tutti i paesi coinvolti.

L’iniziativa, assunta a livello globale, servirà anche a realizzare una serie di importanti obiettivi: accrescere la consapevolezza della necessità di proteggere i dati personali; favorire il rispetto delle norme a salvaguardia degli utenti, specie se minori; sviluppare azioni di sensibilizzazione e formazione del pubblico sull’uso delle applicazioni mobili; promuovere iniziative globali sulla privacy. I risultati dell’indagine internazionale verranno resi noti il prossimo autunno.

FONTE: ANSA.IT

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Google a caccia dei brevetti degli utenti

Google a caccia dei brevetti degli utenti

Google va a caccia di brevetti. L’azienda californiana apre un portale sperimentale che consentirà agli inventori di poterli mettere in vendita. L’operazione si svolgerà dall’8 al 22 maggio: chi ha inventato e brevettato qualcosa potrà illustrarlo sul sito e fissare il prezzo. Big G esaminerà tutti i brevetti ed entro un mese comprerà quelli che le interessano. Il sito sperimentale è previsto all’interno del programma Patent Purchase Promotion: l’intenzione è quella di tenere lontani i ‘trolls’ – cioè quelle entità non produttive che sfruttano i brevetti per ottenere licenze e royalty – e gestire direttamente le compravendite delle invenzioni che, come si sa, consentono di implementare tecnologie nuove. Inoltre evita alle aziende di imbarcarsi in battaglie legali lunghe e costose. Dopo il 22 maggio la casa di Mountain View passerà in rassegna tutti brevetti e prenderà in esame quelli più interessanti entro il 26 giugno prossimo.

FONTE: ANSA.IT

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