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Se le foto dei figli sui social diventano strumento di lotta fra ex coniugi

Se le foto dei figli sui social diventano strumento di lotta fra ex coniugi

Possibile che serva un giudice per spiegare ai genitori di bambini piccoli come comportarsi quando sono alle prese con i social network? Dopo la sentenza del Tribunale di Mantova del mese scorso che ha fatto discutere nelle ultime ore c’è un nuovo caso in cui, per paradosso, l’impreparazione nell’uso delle piattaforme si fa strumento di lotta famigliare per l’affido. In una specie di guerra dei post.

Capita a Bologna dove il Tribunale civile potrebbe presto ritrovarsi a decidere su un caso analogo. Una situazione, cioè, nella quale un padre, nel contesto di una causa di separazione, si è rivolto al magistrato per chiedere che l’ex moglie cancelli foto e video dei propri figli piccoli (hanno 6 e 9 anni) e non ne pubblichi di nuove.

“Il mio cliente — ha spiegato l’avvocato dell’uomo, Katia Lanosa, vicepresidente dell’Associazione matrimonialisti italiani – si è rivolto a me per tutelare i figli. La madre non si rende conto che foto dei bambini in atteggiamenti naturali, come in spiaggia, in costume, mentre fanno il bagnetto, possono essere utilizzate per altri fini. Il padre vuole evitare che i figli finiscano per essere oggetto di attenzioni morbose da parte di terzi, perché il rischio è questo”.

Staremo a vedere come andrà a finire. A Mantova la sentenza è piuttosto dura e chiara: occorre il consenso di entrambi i genitori. In virtù di un combinato disposto di norme davvero inequivocabili. Primo: l’articolo 10 del Codice civile che norma il diritto all’immagine.

Secondo: il Testo unico sulla privacy (in particolare agli articoli 4, 7, 8 e 145). Terzo: la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo che vieta ogni “interferenza arbitraria nella vita privata dei minori degli anni diciotto”.

Non manca poi un riferimento al nuovo regolamento europeo in materia di dati personali, approvato nel 2016 e in vigore dal prossimo 25 maggio 2018, secondo il quale “l’immagine fotografica dei figli costituisce dato personale” e “la sua diffusione costituisce ‘una interferenza nella vita privata’”. Si tratta del regolamento che potrebbe elevare a 16 anni la soglia per l’iscrizione ai social network intervenendo, dopo vent’anni di predominio del Children’s Online Privacy Protection Act statunitense, sul tema minori e social.

Stupisce che i genitori non si rendano conto dei rischi. Su tutti quelli legati alle attività criminali, dal “digital kidnapping” alla pedopornografia, fronte su cui pochi mesi fa è tornato a lanciare l’allarme perfino il Garante per la privacy Antonello Soro e che pure il giudice mantovano cita nel dispositivo. Dall’altra anche altri aspetti più delicati come il fatto che, nella sostanza, finché si è iscritti a quelle piattaforme si concede loro una licenza di secondo livello e valida su scala internazionale rispetto ai contenuti pubblicati. Insomma, non sono più solo nostri.

Il sospetto è che all’ignoranza si aggiunga anche la strumentalizzazione: i social network vengono sfruttati dai genitori, all’interno di cause di separazione conflittuale, da una parte come vetrine e dall’altra come strumenti di lotta processuale. Proprio come nei due casi finiti in questi giorni sulle cronache. Col risultato che il compito educativo di mamma e papà, e in generale degli adulti, ne esce volatilizzato. E i minori, specie gli under 13, sono sempre più soli.

Lo dimostra un ultimo caso, riportato dal Giorno, che spiega di una diffusione incontrollata di centinaia di foto di minorenni nude o seminude e video di autoerotismo pubblicati su un gruppo di una sessantina di adolescenti delle scuole superiori di Modena e dintorni. Quel materiale è finito a qualcun altro fuori dal gruppo, qualche amico o fidanzato, che lo ha catalogato e fatto circolare online. Dalla richiesta di aiuto di un 17enne, fidanzato di una delle ragazze, all’associazione antipedofilia La caramella buona, è partita un’indagine della postale che tuttavia rimane al momento azzoppata perché non c’è una denuncia dei genitori. Ma qualcosa starebbe per muoversi.

FONTE: Wired

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Attacco ai sistemi informatici di UniCredit: la sicurezza informatica è una priorità.

Attacco ai sistemi informatici di UniCredit: la sicurezza informatica è una priorità.

E’ di poche ore fa la notizia secondo cui UniCredit S.p.A. avrebbe subito un attacco ai propri sistemi informatici.
E’ la stessa Banca a comunicarlo in una nota nella quale denuncia “di aver subito una intrusione informatica in Italia con accesso non autorizzato a dati di clienti italiani relativi solo a prestiti personali” e precisa che la falla si è aperta “attraverso un partner commerciale esterno italiano“.
Il sito di Repubblica riferisce che la banca avrebbe ricostruito la cronologia degli attacchi e che una prima violazione dei sistemi informatici sarebbe già avvenuta nei mesi di settembre e ottobre 2016.
Si ritiene, pertanto, che a seguito dei due attacchi subiti (quello di questi giorni e quello di quasi un anno fa) sarebbero stati violati i dati di circa 400.000 clienti in Italia.
La banca ha comunque rassicurato i suoi correntisti precisando che “non è stato acquisito nessun dato, quali le password, che possa consentire l’accesso ai conti dei clienti o che permetta transazioni non autorizzate. Potrebbe invece essere avvenuto l’accesso ad alcuni dati anagrafici e ai codici IBAN“.
La banca fa, inoltre, sapere che ha già preparato un esposto alla Procura di Milano, al fine di informare le autorità competenti e avviare un’indagine interna.
Riferisce il noto quotidiano che “la banca ha inoltre immediatamente adottato tutte le azioni necessarie volte ad impedire il ripetersi di tale intrusione informatica anche in considerazione del fatto che nel piano Transform 2019 sono stati scritti investimenti per 2,3 miliardi proprio alla voce dei sistemi informatici e queste falle aprono interrogativi pericolosi”.
Tuttavia UniCredit non è stata l’unica ad aver subito un simile attacco.
Nel mese scorso anche il noto studio legale Dla Piper è stato vittima di una violazione dei propri sistemi informatici, nel caso di specie a causa del ransomware Petya/Not Petya.
E’, pertanto, ormai evidente che non solo le banche e le grandi aziende, ma anche gli studi legali o commercialisti (in particolare quelli più strutturati) e le piccole e medie imprese trattano e custodiscono informazioni di primaria importanza ovvero dati sensibili sia privati che di natura giudiziale e commerciale che, se sottratti, possono essere rivenduti a soggetti terzi e utilizzati per trarne un vantaggio non solo economico, ma anche anticoncorrenziale.
Alla luce, dunque, delle recenti novità introdotte con il Regolamento UE 2016/679, è ormai chiaro che la sicurezza dei sistemi informatici è una priorità che non può più essere ulteriormente procrastinabile.

Avv. Elisabetta Parisi

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Il provvedimento n. 58/2017 e il processo di digitalizzazione dell’IVASS

Il provvedimento n. 58/2017 e il processo di digitalizzazione dell’IVASS

Con provvedimento dell’Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni (c.d. IVASS) n. 58 del 14 marzo 2017 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale in data 31 marzo 2017) che ha modificato il regolamento ISVAP n. 5 del 16 ottobre 2006 concernente la disciplina dell’attività di intermediazione assicurativa e riassicurativa di cui al titolo IX e di cui all’art. 183 del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209 (Codice delle Assicurazioni), viene introdotto e disciplinato anche per gli intermediari assicurativi e riassicurativi l’utilizzo della firma elettronica e della posta certificata.

Tuttavia, la novità più rilevante del provvedimento n. 58/2017 è rappresentata dall’art. 2 il quale, introducendo l’art. 7 bis al regolamento ISVAP n. 5/2006, prevede una serie di adempimenti per la gestione digitalizzata del Registro Unico Intermediari assicurativi e riassicurativi (c.d. RUI), nel quale sono inseriti i dati dei soggetti che svolgono l’attività di intermediazione assicurativa e riassicurativa sul territorio italiano, residenti o con sede legale in Italia.

In particolare, a far data dal 5 giugno 2017, dovranno essere presentate in modalità digitale:

– le domande di iscrizione e reiscrizione delle persone fisiche e delle società nelle diverse sezioni del registro (sez. A: agenti, sez. B: mediatori; sez. C: produttori diretti, sez. D: banche, intermediari finanziari, Sim e Poste Italiane Spa – Divisione servizi di bancoposta, sez. E: addetti all’attività di intermediazione al di fuori dei locali dell’intermediario, iscritto nella sezione A, B o D, per il quale operano, inclusi i relativi dipendenti e/o collaboratori);

– le domande di cancellazione dal registro;

– le domande di avvio e modifica di un rapporto di collaborazione con un intermediario già iscritto nella sezione E;

– le domande di passaggio ad altra sezione del registro;

– le domande di estensione dell’esercizio dell’attività di intermediazione in altri Stati membri degli intermediari iscritti nelle sezioni A, B o D;

– le comunicazioni di cui all’art. 36 del regolamento ISVAP n. 5/2006.

Le predette domande e comunicazioni, prosegue l’art. 2 del provvedimento n. 58/2017, a pena di irricevibilità, dovranno essere redatte sul modello elettronico (è un file .pdf), allegato al regolamento e disponibile sul sito dell’IVASS, da inviare a mezzo di posta elettronica certificata all’indirizzo istanze.rui@pec.ivass.it.

Lo scorso 12 giugno 2017 l’IVASS ha, inoltre, pubblicato le istruzioni per la firma del nuovo modello elettronico che gli intermediari assicurativi e riassicurativi dovranno sottoscrivere per l’iscrizione al RUI, espressamente specificando che l’unico formato di firma accettato è quello PADES e non CADES (quest’ultimo riconoscibile dal formato .p7m).

Avv. Elisabetta Parisi

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Scatta la rivoluzione roaming Ue, addio ad extracosti

Scatta la rivoluzione roaming Ue, addio ad extracosti

Dal 15 giugno chiamate, sms e dati costeranno all’estero come a casa per chi viaggia nell’Ue. E’ l’avvio della ‘rivoluzione digitale’ spinta dalla Commissione europea e sostenuta dall’Europarlamento che ora, dopo anni di battaglie e ritardi, arriva finalmente a compimento. Pochissime le ‘eccezioni’ previste, con alcuni accorgimenti per evitare di danneggiare i piccoli operatori virtuali e prevenire gli abusi come il roaming permanente.

Telefonare, inviare sms e navigare su internet da uno qualsiasi dei 28 Paesi Ue (per il momento, quindi, anche in Gran Bretagna) piu’, a seguire, Norvegia, Liechtenstein e Islanda, ma non in Svizzera) avverra’ allo stesso prezzo che nel proprio, in base al piano tariffario o al costo previsto dalla scheda prepagata. E, come tale, l’intero traffico verra’ contabilizzato come nazionale, quindi scalato dal proprio forfait o credito.

Non ci sono limiti temporali, ma per evitare abusi come l’utilizzo di una sim straniera economica in modo permanente in un Paese dove i prezzi sono superiori, possono scattare controlli a partire almeno dal quarto mese in cui i consumi avvengono solo all’estero. L’operatore dovra’ avvertire il cliente, che avra’ due settimane di tempo per fornire chiarimenti.

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Strasburgo approva nuove norme contro attacchi informatici

Strasburgo approva nuove norme contro attacchi informatici

Le compagnie fornitrici di servizi essenziali in settori quali l’energia, i trasporti, la sanità e il settore bancario, o i fornitori di servizi digitali come i motori di ricerca e i servizi di cloud computing, dovranno migliorare le loro difese contro gli attacchi informatici. E’ quanto chiedono le prime norme Ue in materia di sicurezza informatica approvate, in via definitiva dal Parlamento di Strasburgo. Secondo il testo, la definizione di standard comuni di sicurezza informatica e il rafforzamento della cooperazione tra i paesi dell’UE aiuterà le imprese a proteggere se stesse e a prevenire gli attacchi alle infrastrutture dei paesi dell’Unione Europea.

“Gli incidenti in ambito di sicurezza informatica – osserva il relatore Andreas Schwab (Popolare tedesco) – presentano molto spesso una caratteristica transfrontaliera e, quindi, riguardano più di uno Stato membro dell’Unione Europea. Una protezione informatica frammentata rende tutti noi vulnerabili e rappresenta un grande rischio per la sicurezza dell’Europa intera. Questa direttiva – sottolinea Schwab – stabilirà un livello comune elevato di sicurezza delle reti e dei sistemi informativi nell’Unione e rafforzerà la cooperazione tra gli Stati membri, aiutando a prevenire futuri attacchi informatici a importanti infrastrutture interconnesse in Europa”.

Fonte: Ansa.it

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Processo amministrativo telematico rinviato al 1 Gennaio 2017

Processo amministrativo telematico rinviato al 1 Gennaio 2017

E’ rinviato al 1° gennaio 2017 l’avvio a pieno regime del processo amministrativo telematico.

Sulla Gazzetta Ufficiale n. 151 del 30 giugno 2016 è stato infatti pubblicato il Decreto Legge 30 giugno 2016, n. 117, con il quale è stata disposta la “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative in materia di processo amministrativo telematico”.

Ricordiamo che il D.P.C.M. 16 Febbraio 2016 n. 40 aveva disposto l’avvio della sperimentazione del processo amministrativo telematico a partire dal 4 aprile fino al 30 giugno 2016.

Con il Decreto Legge approvato ieri la fase di sperimentazione viene prorogata fino al 31 dicembre 2016.

(Altalex, 1° luglio 2016)

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L’intelligenza artificiale a supporto delle professioni legali

L’intelligenza artificiale a supporto delle professioni legali

Come riporta il sito internet Futurism.com (http://futurism.com/artificially-intelligent-lawyer-ross-hired-first-official-law-firm/) nella law firm statunitense Baker & Hostetler le pratiche concorsuali vengono gestite con l’aiuto di Ross, il primo avvocato (virtuale) dotato di intelligenza artificiale (basato sul computer cognitivo Watson di IBM).

Ross riceve domande  in lingua naturale inglese, effettua in piena autonomia ricerche, formula ipotesi e genera risposte in funzione dei precedenti giurisprudenziali e dottrinali individuati.

Ross può apprendere dalle interazioni che ha con gli umani (così aumentando la velocità e la qualità delle risposte) e monitorare gli sviluppi nelle fonti.

Si sta realizzando, quindi, quanto andiamo predicando da tempo nelle nostre lezioni: anche le professioni legali, fra non troppi anni, impatteranno fortemente con l’intelligenza artificiale.

Prof. Avv. Alessandro Cortesi

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Cyberbullismo, ci sarà anche sequestro smartphone

Cyberbullismo, ci sarà anche sequestro smartphone

Il cyberbullismo potrebbe presto diventare un reato specifico, con pene da sei mesi a cinque anni di carcere, se commesso da un maggiorenne, mentre potrebbe condurre al sequestro dello smartphone del “bullo” se questi è un minore. E’ quanto prevedono alcuni emendamenti della presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, sottoscritti da tutto il gruppo Dem della stessa commissione, al ddl sul cyberbullismo giunto dal Senato.

Il testo approvato da Palazzo Madama comprende misure di prevenzione di questo fenomeno, mentre in commissione Giustizia si vogliono introdurre anche misure di contrasto e repressione.

Dalle audizioni è emerso il fenomeno del bullismo e del cyberbulismo da parte di maggiorenni, tra i 18 e i 20-21 anni, a danno dei minori o di coetanei. Quando i comportamenti vessatori vengono effettuati con i social o con mezzi informatici scatta appunto il cyberbullismo. Qui gli emendamenti distinguono a seconda dell’età dell’autore di questi comportamenti e della vittima. Se il cyber-bullo è un minore l’intervento punitivo viene graduato fino all’ammonimento da parte del Questore, fino al sequestro del “dispositivo”, vale a dire del computer, tablet o smartphone usato dal cyber-bullo, anche se esso “appartiene a terzi”, per esempio ai genitori. Quando questi comportamenti sono compiuti da maggiorenni puo’ scattare il reato penale “punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”.

FONTE: ANSA.IT

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Privacy, sfida dei colossi hi-tech Usa

Privacy, sfida dei colossi hi-tech Usa

Alcuni fra i maggiori colossi hi-tech americani, fra cui Google, Facebook e Snapchat, stanno sviluppando nuove tecnologie per proteggere la privacy dei loro utenti in un altro capitolo della “battaglia” fra l’amministrazione Obama e la Silicon Valley sul criptaggio. E’ quanto rivela il Guardian online, secondo cui i progetti delle multinazionali potrebbero entrare in conflitto con le autorità Usa, già impegnate nel braccio di ferro con la Apple per lo sblocco dell’iPhone del killer di San Bernardino. Facebook è pronta, nel giro di qualche settimana, a proteggere con un sistema di criptaggio anche le chiamate vocali sul servizio di chat WhatsApp, mentre Google sta lavorando per potenziare la privacy delle sue email.

FONTE: ANSA.IT

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Scontro Apple-Fbi, anche Microsoft appoggia Cupertino

Scontro Apple-Fbi, anche Microsoft appoggia Cupertino

Microsoft si appresta ad appoggiare Apple nel braccio di ferro con l’Fbi per la richiesta di sblocco dell’iPhone. Lo ha riportato la Cnbc, sottolineando che l’azienda di Redmond dovrebbe presentare una documentazione a sostegno di Cupertino. La decisione di Microsoft sembra in controtendenza rispetto a quella del suo fondatore Bill Gates, che nei giorni scorsi si è schierato con l’Fbi. ”C’è bisogno di una legge del 21mo secolo per affrontare problemi del 21mo secolo”, afferma Microsoft.

Al fianco dell’azienda guidata da Tim Cook sono scesi in campo anche Google e Twitter, secondo la Cnbc i due colossi presenteranno in tribunale mozioni a sostegno.

Nel frattempo Apple ha arruolato uno degli sviluppatori di Signal, la chat preferita da Edward Snowden per la sua sicurezza. Si chiama Frederic Jacobs e ha annunciato su Twitter il passaggio al team CoreOs di Apple da questa estate.

Non è chiaro il ruolo che sarà ricoperto dallo sviluppatore, ma questa notizia diventa significativa in un clima di scontro con l’Fbi per lo sblocco dell’iPhone del killer di San Bernardino. E dopo l’intenzione di Apple di voler alzare il livello di sicurezza di iPhone e iCloud.Signal usa un sistema di comunicazione criptata ed è stata approvata anche dalla Electronic Frontier Foundation (EFF), l’organizzazione mondiale non profit che si occupa di diritti digitali.

Ieri Apple, nella documentazione depositata in tribunale con la quale spiega il suo rifiuto alla richiesta dell’Fbi di sbloccare l’iPhone del killer di San Bernardino, ha ribadito che gli Stati Uniti non possono forzare la società a sbloccare gli iPhone dei terroristi. La richiesta, si legge, ‘‘viola i diritti costituzionali”.

Sempre ieri, l’azienda californiana ha chiesto al giudice di annullare l’ordine per lo sblocco dell’iPhone del killer di San Bernardino. L’Fbi – ha denunciato Cupertino – sta cercando di acquisire un ”potere pericoloso” tramite i tribunali.

FONTE: ANSA.IT

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