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Il “fattore tempo” nella pubblicazione sui social media

Il “fattore tempo” nella pubblicazione sui social media

Quando il vostro obiettivo è quello di espandere la portata dei vostri post e la crescita del vostro pubblico non è importante solo per spingere sui contenuti in modo coerente ma occorre tener conto anche dei periodi migliori nell’arco della giornata per raggiungere il maggior numero di persone sui singoli social media.

Questa infografica illustra le ore di punta e linee guida per Facebook, Twitter, LinkedIn, Pinterest, Tumblr e Google + . Sono tutte diverse, ma ciò che più hanno in comune è quello di evitare la pubblicazione di prima mattina durante il fine settimana, o dopo le 15 del venerdì.

Post-Pin-Tweet-Best-Time-Outreach

Per evitare di essere schiavo del vostro computer o smartphone è possibile utilizzare un programma di pianificazione come Hootsuite, o CoSchedule per programmare l’uscita dei vostri post nei tempi migliori.

Fate una prova!

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Icann, ecco come internet diventerà più robusta e neutrale

Icann, ecco come internet diventerà più robusta e neutrale

Interessante intervista su Wired.it a Fadi Chehade, presidente e CEO di Icann a proposito della gestione dei processi di attribuzione dei domini e di indirizzamento del traffico

I dispositivi connessi a Internet nel 2020 saranno 50 miliardi,forse di più. L’internet delle cose è la nuova frontiera del business e nel 2019 varrà 1,7 trilioni di dollari. Solo in Europa le professioni legate a Internet offriranno 150 mila posti di lavoro nei prossimi due anni. I social network sono la spina dorsale delle relazioni digitali.

Nel dibattito sull’evoluzione digitale delle nostre società troppo spesso dimentichiamo che quei servizi e quelle funzioni a cui affidiamo il nostro futuro dipendono dal funzionamento di Internet come infrastruttura globale. E mentre dimentichiamo che la sua evoluzione e stabilità sono i prerequisiti di quelle attività, ci scordiamo pure che la rete è un bene scarso, che non arriva ovunque e che non funziona da sola. La diamo per scontata. Ma la rete funziona perchè c’è chi la fa funzionare ogni giorno. L’Icann, l’autorità che assegna i nomi a dominio è l’attore principale del suo funzionamento, garantendo l’unicità delle risorse informatiche sui server distribuiti nelle reti di tutto il mondo. Internet infatti non è una semplice rete, ma una rete delle reti che le connette tutte a partire da regole condivise.

Perciò desta qualche preoccupazione la notizia che l’Icann sta per cambiare la sua mission di gestione della rete in seguito alla decisione degli Stati Uniti di cedere il controllo finora esercitato attraverso il dipartimento del commercio USA sulle DNS root zone, cioè sulla gestione dei processi di attribuzione dei domini e di indirizzamento del traffico. Per capirci, qualcosa di simile alle funzioni svolte dagli svincoli autostradali e dai cartelli segnaletici che, se corrispondono alle indicazioni sullo stradario, ci aiutano a non perderci quando intraprendiamo un viaggio.

Di questa missione e di questo cambiamento abbiamo chiesto a Fadi Chehade, da tre anni presidente e CEO di Icann. Fadi è un ingegnere, vive a Los Angeles da 30 anni, è sposato con due figli, di origine libanese con ascendenze italiane.

Cosa fa esattamente Icann?

“Icann è un’associazione non profit fatta di governi, aziende e società civile che lavorano insieme per gestire il livello logico infrastrutturale di internet. Internet è un insieme di migliaia di reti, ma si vede come una rete unica perchè c’è questo livello superiore.

“Icann si occupa degli identificatori unici, i numeri IP, che individuano ogni oggetto connesso a Internet e che corrispondono ai nomi attraverso cui un utente umano trova sulla rete le risorse che cerca. Questi IP corrispondono a dei nomi che sono elencati dentro una directory, il root system, organizzato e mantenuto da Icann e distribuito in tutto il mondo”.

Facciamo un esempio…

“Se cerchi wired.it, come fa il tuo telefonino a trovare il server? Quando mandi la richiesta, questa passa per il tuo Internet provider, che cerca nella propria directory. E come trova il .com? Interrogando il server di root di tutti i domini .com. che sono gestiti dall’Icann. Questo tipo di indirizzamento funziona bene da venti anni senza confusione tra .com e org.

“È una specie di stradario continuamente aggiornato. Se non lo fosse non saremmo in grado di trovare ciò che cerchiamo”.

Nel gergo dei nerd si dice che se una cosa funziona non devi aggiustarla. Ma allora perchè Icann dovrebbe cambiare la sua governance?

“Internet è una piattaforma dell’economia, della cultura, delle relazioni personali. Internet è una piattaforma per tutti e non ha frontiere. La sua attuale governance non è compatibile col suo carattere transnazionale sopratutto oggi che il mondo è diventato multipolare e multiattore.

“Icann è stata creata dallo stato americano, con una visionliberale, ma è comunque “controllata” dal governo americano. Icann ha un contratto per cui ogni volta che cambia un qualcosa nel root system bisogna dirlo agli Usa. Vuoi un nuovo dominio .paris? Lo devi dire a loro. Perciò abbiamo bisogno di cambiare modello”.

Quindi questo cambiamento di governance riguarda un nuovo modo di funzionare di Icann senza gli Usa?

“Gli Usa e gli altri governi saranno comunque partecipi della sua gestione ma allo stesso livello degli altri. Essi sono importantissimi per la sua gestione, ma lo stesso vale per i tecnici, le imprese e i pensatori che ci stanno aiutando a capire come andare oltre il modello attuale. In realtà cambierà poco. Accadrà che aggiungendo un .Paris al root server dopo aver avviato la procedura per farlo, non dovrò chiedere il permesso agli states. Intendiamoci. Il controllo prima esercitato non è mai stato usato per impedire l’apertura di nuovi domini. Ma è comunque una forma controllo che ha dato origine a conflitti diplomatici che vogliamo superare”.

Quindi non è solo una questione formale…

“Esatto. Ti faccio un altro esempio. Icann fa il suo lavoro associando il country code dello Yemen a una specifica macchina che si chiama .ye. Questa macchina è localizzata fisicamente in un luogo occupato dai ribelli houti in guerra col legittimo governo e la macchina non è più controllata dal governo. Per garantire il corretto reindirizzamento verso i siti internet della rete di quel paese il presidente yemenita ci ha scritto per associare l’indirizzo a un’altra macchina fisica. Abbiamo aperto il processo e saranno gli USA a dare l’ok definitivo”.

Il carattere univoco dell’indirizzario gestito da Icann decide la fortuna comunicativa, economica e commerciale di chi vi è elencato perchè gli americani l’abbandonano?

“Il controllo degli Usa riguarda solo una parte piccolissima della gestione di Internet. Tuttavia gli Usa hanno capito che occorre un modello nuovo e perciò hanno chiesto il rispetto di alcune condizioni che stiamo dicutendo. Per gli Usa il nuovo modello dovrà essere aperto e inclusivo, resistente a ogni tentativo di controllo governativo o aziendale e non dovrà essere delegato a entità sovranazionali come l’Onu dove il potere di veto di alcuni attori potrebbe pregiudicarne la libertà e l’efficienza.
Entro giugno arriveranno le proposte definitive da parte di tutti gli attori e per il 30 settembre la transizione, potrebbe essere una realtà”.

FONTE: WIRED

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Google, la tv diventa pc con Chromebit

Google, la tv diventa pc con Chromebit

L’idea del computer “democratico”, alla portata di tutti, pensato soprattutto per i Paesi più poveri, è vecchia quasi quanto il pc stesso, anche se il primo vero tentativo di realizzarlo risale ad appena una decina di anni fa, con il laptop verde “a manovella” da 100 dollari di Nicholas Negroponte che ha avuto esiti alterni. Ma all’orizzonte oggi si intravede una nuova fase: quella di pc che quasi si potrebbero definire “usa e getta”. A inaugurare la tendenza potrebbe essere l’ultima novità firmata Google: Chromebit, ovvero un pc da meno di 100 dollari racchiuso in una chiavetta in grado di trasformare qualsiasi televisore in un computer desktop. Google ha sfoderato la novità insieme al rinnovamento della linea dei Chromebook, i suoi portatili a basso prezzo con sistema operativo Chrome. Poco più grande di una chiavetta Usb, Chromebit, che è una sorta di evoluzione della Chromecast che rende “smart” il televisore di casa collegandolo a Internet, arriverà quest’estate nei negozi, a partire dagli Stati Uniti.

Prodotto da Asus, Chromebit al suo interno custodisce un vero e proprio computer (con sistema operativo Chrome OS), con 2GB di RAM e 16GB di memoria di archiviazione, connessione WiFi e Bluetooth. Si collega al televisore tramite la presa Hdmi ed ha anche una porta USB per periferiche esterne. Senza contare che tastiere senza fili da collegare via Bluetooth sono già in commercio come accessori per tablet e smartphone, a prezzi sempre più accessibili. Non sarà il più potente dei pc ma ha tutte le carte in regola per funzionare bene con un sistema operativo snello e basato sul web come Chrome.

L’obiettivo di Google è quello di spingersi oltre il bacino d’utenza delle scuole che al momento è divenuto primario per i dispositivi basati su Chrome OS. Ma Chromebit va anche oltre perché rappresenta una potenziale rivoluzione nel mercato dei pc, perché di fatto supera il concetto del computer desktop tradizionale. Nelle scuole, ma anche per l’uso domestico e nei mercati non avanzati, ogni televisore può infatti diventare un computer a pieno titolo. Anche perché grazie alle potenzialità del ‘cloud’ la maggior parte dei documenti e dei programmi software può essere conservata nella ‘nuvola’ del web. Questo mercato evidentemente fa gola, visto che Google non è il primo soggetto a proporre un dispositivo simile. Intel di recente ha annunciato la sua Compute-Stick, da 149 dollari, che trasforma anch’esso il televisore in un computer, basato però su Windows 8.1 (e che quindi ha alle spalle un altro colosso, , con il quale si profila inevitabilmente una sfida). Mentre da almeno un anno ci sono diversi produttori cinesi con soluzioni simili basate su Android (più vicine però a tablet e smartphone). La potenza di fuoco di Google punta però a conquistare le piccole imprese così come i Paesi, non solo in via di sviluppo. Con un’aggressiva campagna di prezzo, versatilità e un occhio al design.

FONTE: ANSA.IT

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WhatsApp, telefonate in arrivo su iPhone

WhatsApp, telefonate in arrivo su iPhone

Le chiamate vocali di WhatsApp arriveranno sul sistema operativo iOS di Apple, cioè sull’iPhone, “entro un paio di settimane”. Lo ha detto il cofondatore della chat, Brian Acton, secondo quanto riportato dal sito Venture Beat. Intervenendo all’F8, la conferenza di Facebook per gli sviluppatori in corso a San Francisco, Acton ha dichiarato anche che al momento non ha in programma di aprire agli sviluppatori come invece ha fatto l’altra chat di proprietà di Facebook, Messenger.

Acton ha spiegato che il team di WhatsApp ha trascorso l’ultimo anno a perfezionare le chiamate VoIP prima di renderle disponibili su Android, dove ora funzionano con un meccanismo a inviti. Stessa attenzione, quindi, è stata data alla piattaforma iOS, su cui la messa a punto delle telefonate sembra essere quasi ultimata.

Il motivo della non apertura agli sviluppatori, ha spiegato Acton, è evitare che i 700 milioni di utenti della chat siano sommersi da messaggi non desiderati, che verrebbero consentiti se si desse agli sviluppatori esterni la possibilità di entrare in 02. “L’esperienza degli utenti – ha affermato – è qualcosa che dobbiamo mantenere come sacra. Vogliamo che i messaggi siano voluti, non sollecitati”.

FONTE: ANSA.IT

 

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Facebook presenta on this day per riscoprire i vecchi post

Facebook presenta on this day per riscoprire i vecchi post

Facebook presenta una nuova funzione che ripropone vecchi post proprio mentre si sta al passo con i contenuti prodotti ogni secondo sul social network. Accadde Oggi, è una funzione che ogni giorno ciò che è stato pubblicato in passato in quella data. Un po’ quello che succede con TimeHop, ma integrato in Facebook.

Aggiornamenti di stato, foto, post degli amici e altri contenuti che l’utente ha condiviso o in cui è stato taggato, un anno fa, due anni fa, ecc. Questi contenuti saranno visibili solamente a chi fruisce della funzione, salvo che non voglia ricondividerli.

Per vedere la pagina Accadde Oggi si potrà cliccare sul segnalibro a sinistra nella sezione Notizie, cercare Accadde oggi o visitare facebook.com/onthisday (potrebbe non essere ancora attivo per tutti). Non è escluso che compaia una notizia nella sezione Notizie.

Accadde Oggi 2

Per alcuni potrà sembrare un incubo, ma trovando il lato positivo, potrebbe essere una buona occasione per ripescare post che si pensavano spariti, o approfittarne per fare un po’ di pulizia tra i contenuti molto vecchi che la memoria aveva rimosso, ma Facebook no.

 

FONTE: WIRED

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Twitter compie 9 anni, i 10 cinguettii da ricordare

Twitter compie 9 anni, i 10 cinguettii da ricordare

Dal primo tweet di uno dei fondatori, Jack Dorsey, a quello dell’abbraccio tra Barack Obama e la first lady Michelle nel giorno della rielezione del presidente degli Stati Uniti. Twitter compie 9 anni, è nato il 21 marzo del 2006 e festeggia con una gallery dei dieci tweet da ricordare. Li pubblica sul suo blog in un post dal titolo “Nine years and counting”.

In questi anni Twitter ha raccolto 288 milioni di utenti nel mondo, è diventato uno strumento importante per seguire fatti di cronaca, politica, grandi eventi sportivi, di spettacolo. Ha acquisito aziende, ha potenziato la chat, le foto, i video (di recente ha acquisito l’app per lo streaming Periscope), ma ha ancora i conti sotto pressione. E l’obiettivo primario è quello della crescita degli utenti – come ha sottolineato di recente l’amministratore delegato Dick Costolo – anche per contrastare il continente Facebook (1,4 miliardi di utenti).

“Twitter dà questa affascinante capacità di comprendere le persone e di contestualizzarle come non è mai accaduto prima”, ha spiegato pochi giorni fa al Guardian Chris Moody. Un modo quasi poetico per far capire che la mole di informazioni che noi stessi utenti facciamo girare sulla piattaforma, spesso collegati ad hashtag, fanno gola a società, agenzie pubblicitarie e “data miners”. “Se i vostri clienti sono su Twitter possiamo far arrivare loro la pubblicità. Il tutto è fatto in forma totalmente anonima, non condividiamo informazioni private”, aggiunge Moody.

FONTE: ANSA.IT

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Più connessi, ma non più liberi: sulle nuove regole di Facebook

Più connessi, ma non più liberi: sulle nuove regole di Facebook

I “Community Standard”, scrive Facebook, sono le regole che “vi aiuteranno a capire cosa sia lecito condividere su Facebook, e che tipi di contenuti possono essere segnalati o rimossi”. Il linguaggio è da subito paternalista e insieme rassicurante, da brochure aziendale. Non a caso si parte con la usuale “mission”, “rendere il mondo più aperto e connesso”, ribadita anche in questa nuova versione di quella che, vista da appena più lontano, non è niente meno che una carta costituzionale per regolare la libera espressione di 1,4 miliardi di persone sul pianeta.

Ma è una carta costituzionale privata, e il peso della contraddizione si sente continuamente. Così, oggi come ieri, si ha costantemente l’impressione di essere di fronte alle concessioni di un monarca ai suoi sudditi, piuttosto che al risultato di un processo in cui tutti gli interessi – quelli dei gestori della piattaforma, ma anche quelli degli utenti – vengono davvero considerati. E del resto quando Facebook ha provato a coinvolgere la sua enorme base di utenza nella riscrittura delle sue policy la risposta è stata talmente insufficiente da motivare un’ultima consultazione sull’idea di consultare gli utenti, e mandare deserta anch’essa.

Così Facebook, Snowden o meno, continua ad avere le mani completamente libere. E no, non è un bene. Si dice che “nessuno legge le condizioni di utilizzo” dei servizi che usiamo quotidianamente online, a partire dai social network, ed è vero. Il problema sono la vaghezza e l’insopportabile moralismo che ne trasudano, qualora si decida di affrontare il testo.

A partire, come sempre, dalle politiche sulla nudità e il sesso. Tra le righe, infatti, si legge che non solo è vietato esporre i genitali o anche solo le natiche (nella loro interezza), ma anche il seno se si mostra un capezzolo – a parte nel caso, ripetutamente al centro di polemiche, di madri che allattano – e soprattutto che “alcune descrizioni verbali di atti sessuali troppo dettagliate potrebbero essere rimosse”.

Anche se estratte da alcuni dei tanti capolavori letterari che ne abbondano? Mistero, perché negli Standard ci si limita all’accettazione del nudo artistico. “Artistico” secondo Facebook, naturalmente, il che potrebbe per esempio escludere ‘L’origine del mondo’ dal conto, come nel recente caso del docente francese che si è visto il profilo bloccato per aver condiviso il dipinto di Gustave Courbet, e che ora ha portato Facebook in tribunale a Parigi proprio per il suo diritto di condividere un’opera d’arte.

Ma il problema è che con questo testo alla mano il social network può rimuovere sostanzialmente tutto ciò che gli pare: basta interpretare le parole come comoda. Per Facebook, per esempio, è illecito usare la piattaforma “per coordinare l’uso di sostanze stupefacenti”; ma basta andare più a fondo nell’espressione “recreational drugs” per capire che vi figura per esempio anche l’alcool. Significa che aprire un evento o scrivere un post con lo scopo esplicito di organizzare una bevuta tra amici è a rischio, specie nei paesi dove l’alcool è proibito?

Ancora, vietare “la promozione di autolesionismo e suicidio” significa che un post che invita a fumare tre pacchetti di sigarette al giorno è illecito, e quindi da rimuovere? E se per configurare bullismo o molestia è sufficiente che i contenuti “sembrino prendere deliberatamente a bersaglio soggetti privati con l’intento di umiliarli o metterli alla berlina”, tutta la distinzione tra le normali pratiche canzonatorie tra amici e le molestie finisce per appiattirsi nella versione prudenziale di comodo della piattaforma: nel dubbio, elimina.

Altri esempi: che significa che è vietato “celebrare i crimini commessi”? In Russia, per esempio, la “propaganda gay” è un crimine: significa che non si può mostrare la propria omosessualità su Facebook? In un paese autoritario, poi, può essere considerato un crimine semplicemente mostrare con i propri contenuti di aver preso parte a una protesta. Quei contenuti sono illeciti perché il dissenso – che deve peraltro ancora essere necessariamente accompagnato da nome e cognome reale, con previsione esplicita di legarlo alle pagine di satira su temi sensibili e con buona pace dei propositi sull’anonimato – è un crimine? È la grande domanda cui Facebook non sa rispondere: come conciliare il marketing della comunicazione globale connessa con la realtà di un mondo per niente cosmopolita, dove le differenze di valori e diritti sono la base di scontri terribili?

Facebook cerca di tenere insieme la promozione della libertà e i suoi interessi di business con una formula magica: “potremmo rimuovere alcuni tipi di contenuti sensibili o limitare il pubblico che ne può fruire”. Tradotto: le censure più odiose, non preoccupatevi, avvengono solamente laddove sono odiose per legge. Comodo per mettersi al riparo da azioni legali o chiusure d’imperio governativo, ma molto meno per i diritti dei suoi utenti. Che devono affidare a Facebook il discrimine tra satira e offesa, per nulla chiaro dal nuovo testo nemmeno dopo Charlie Hebdo. Quando, per capirci, Mark Zuckerberg si disse Charlie come moltissimi altri; per poi, poco dopo, trovarsi a censurare una pagina giudicata “offensiva” del profeta Maometto in Turchia. Un mondo “più aperto e connesso”, insomma, ma non certo più libero.

FONTE: WIRED

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L’Italia secondo Microsoft Digital Trends 2015

L’Italia secondo Microsoft Digital Trends 2015

Gli italiani sono sempre più protagonisti nell’interazione con la tecnologia: sono informati, appassionati alle novità digitali e anche consapevoli del valore dei propri dati online. È il quadro tracciato da Microsoft Digital Trends 2015, indagine condotta in 13 Paesi di tutto il globo – Italia compresa – che esplora i cambiamenti più significativi nel rapporto tra i consumatori e la tecnologia.

A livello globale la maggior parte degli interpellati è curiosa nei confronti dei nuovi strumenti digitali, in particolare il 74% è interessato alla categoria dei ‘wearables’.

Oltre tre quarti (78%) è consapevole dell’importanza che i brand gli attribuiscono come “consumatore online”. Più della metà (61%) è favorevole alla condivisione di informazioni riservate a condizione che si verifichi uno scambio trasparente con i brand. L’80% cerca servizi per semplificare la gestione dei dati online.

In questo contesto l’indagine evidenzia che gli italiani si ritagliano un ruolo da protagonisti. Nell’ambito della capacità di gestione delle informazioni personali online, i consumatori italiani sono convinti di sapere come rimuovere dalla rete informazioni indesiderate postate erroneamente (47%): la percentuale più alta in Europa e superiore alla media globale (40%). L”Internet delle cose’ è un altro ambito dove spicca la “voce” degli italiani: il livello di utilizzo di dispositivi e applicazioni per tracciare, scaricare e analizzare i dati è il più alto in Europa (41%), a fronte di una media dell’area pari al 23% e in contrapposizione alla Svezia (solo 14%).

FONTE: ANSA.IT

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