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L’intelligenza artificiale a supporto delle professioni legali

L’intelligenza artificiale a supporto delle professioni legali

Come riporta il sito internet Futurism.com (http://futurism.com/artificially-intelligent-lawyer-ross-hired-first-official-law-firm/) nella law firm statunitense Baker & Hostetler le pratiche concorsuali vengono gestite con l’aiuto di Ross, il primo avvocato (virtuale) dotato di intelligenza artificiale (basato sul computer cognitivo Watson di IBM).

Ross riceve domande  in lingua naturale inglese, effettua in piena autonomia ricerche, formula ipotesi e genera risposte in funzione dei precedenti giurisprudenziali e dottrinali individuati.

Ross può apprendere dalle interazioni che ha con gli umani (così aumentando la velocità e la qualità delle risposte) e monitorare gli sviluppi nelle fonti.

Si sta realizzando, quindi, quanto andiamo predicando da tempo nelle nostre lezioni: anche le professioni legali, fra non troppi anni, impatteranno fortemente con l’intelligenza artificiale.

Prof. Avv. Alessandro Cortesi

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Pro e contro di Bit Torrent Sync

Pro e contro di Bit Torrent Sync

Uno dei servizi più utili a disposizione di chi è raggiunto dalla banda larga è il backup sul cloud.

I dati presenti sul nostro computer sono soggetti a rischi fisici e logici. Esempi della prima categoria sono la rottura dell’hard disk, i fenomeni atmosferici, gli incendi ecc. possono rendere irrecuperabili i dati (o molto dispendioso il recupero). Esempi della seconda sono i virus,  i cavalli di Troia, gli accessi di hacker ecc.

Per tutelare i nostri dati possiamo adottare dei protocolli di sicurezza, utilizzare (ed aggiornare quotidianamente) programmi antivirus, anti-malware, utilizzare firewall fisici o logici.

Tutte queste cautele sono fondamentali, ma ancor più utile è fare una copia di riserva dei dati e custodirla in un luogo sicuro.

Da tempo sono disponibili servizi sulla nuvola quali Google Drive, Dropbox, Skydrive ecc. che rendono la creazione e la gestione dei backup semplicissime. Si installano, si crea una cartella sul desktop, si copia e incolla in quella cartella quanto si desidera duplicare. In server, di cui spesso è ignota per ragioni di sicurezza la localizzazione, viene creato un account a nostro nome e sincronizzata la cartella locale con quella remota. In qualsiasi momento è possibile recuperare il dato che viene permanentemente, oppure su nostro comando, sincronizzato. E’ anche possibile condividere uno o più file o cartelle con altri soggetti, a cui inviamo delle credenziali di accesso.

Non abbiamo quindi più alibi per non attivare un backup, salvo per due aspetti: il costo, atteso che questi servizi concedono gratuitamente uno spazio significativo, ma se se ne desidera di aggiuntivo occorre versare delle tariffe annuali; la privacy, atteso che, per quanto tali servizi offrano garanzie massime e siano gestite da multinazionali del settore, una copia dei nostri dati è comunque presente nei loro server.

Negli ultimi mesi è venuto alla ribalta un nuovo servizio, Bit Torrent Sync (http://www.bittorrent.com/intl/it/sync/download). Si tratta della tecnologia peer-to-peer che i più smaliziati conoscono perché viene utilizzato dalla pirateria internazionale per veicolare contenuti in violazione del diritto d’autore. Una volta installato sul nostro computer il programma si crea una chiave crittografica per rendere ancor più sicura la trasmissione dei dati. Dopo di che sarà sufficiente installare il medesimo programma su di un altro computer (che riceve la chiave dal primo) per ottenere la sincronizzazione dei file.

E’ uno strumento ideale per condividere i file (si può persino impostare una chiave di accesso temporanea), utile anche per creare un backup se possediamo due o più computer o se coinvolgiamo un parente o un amico. E’ più sicuro dei precedenti, nella misura in cui non esiste un server centrale (o meglio nella misura in cui il parente/l’amico sia affidabile), non costa nulla, ma incontra un limite di cui tenere conto: la sincronizzazione potrà avvenire solo nel caso in cui entrambi i computer siano accesi e collegati alla rete. A differenza dei servizi come Google Drive, Dropbox ecc., la mancanza di un server centrale, impedisce di procedere ad un upload e ad un download dei dati asincroni.

Prof. Avv. Alessandro Cortesi

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Processo civile telematico, avvio in salita

Da AVVENIRE.IT 29/7/2014 –   – Non ci voleva un mago per capire che l’avvio del processo civile telematico non sarebbe stata una passeggiata: bastava essere entrati in una cancelleria di un tribunale per rendersi conto che, aldilà delle buone intenzioni, la carrozzeria della macchina della giustizia italiana non è all’altezza del nuovo motore. Il 30 giugno scorso è entrato ufficialmente in vigore il Processo Civile Telematico (PCT), cioè la smaterializzazione dei fascicoli delle cause civili, sostituiti da “files”. Ogni nuova causa dovrà essere obbligatoriamente iscritta a ruolo telematicamente, mediante la creazione di un fascicolo “virtuale” nel quale andranno via via a confluire tutti i vari atti del procedimento: verbali, memorie, consulenze tecniche, provvedimenti del giudice e così via sino alla sentenza. Ne discende che dalle cancellerie dovrebbero scomparire i fascicoli cartacei, in quanto gli atti e i provvedimenti telematici non dovrebbero più essere stampati. Le domande da porsi, a fronte delle indubbie potenzialità dell’innovazione sono: siamo pronti? abbiamo le strutture informatiche adatte? i software utilizzati sono sicuri? Per quanto riguarda il Tribunale di Milano, capofila dell’utilizzo del sistema, il processo telematico era già partito in via “facoltativa” da tempo, ma l’introduzione dell’obbligo sta facendo emergere una serie non irrilevante di problemi. Per creare questo fascicolo virtuale viene infatti utilizzato un software, denominato “Consolle”, messo a disposizione – con specifiche diverse – di avvocati e magistrati; spesso però si verificano problemi di accesso: non si riesce a consultare i registri di cancelleria di tutti i Tribunali collegati; con cadenza periodica il sistema viene totalmente bloccato per gli aggiornamenti, ma non nelle medesime giornate per ogni Tribunale e non sempre gli interventi programmati rispettano i tempi previsti; il software si blocca in caso di aggiornamenti della piattaforma JAVA, con la necessità di disinstallare e reinstallare la versione di Java più aggiornata e di “riscaricare” Consolle; se la smart card necessaria all’accesso scade, si rompe o si smagnetizza bisogna attendere giorni per la sostituzione; per non parlare degli eventi straordinari (il fulmine che manda in corto circuito il server, ad esempio: è già successo). Oltre a questi problemi di natura strettamente tecnica ce ne sono altri legati alla disponibilità di mezzi: non tutti i magistrati “togati” sono in possesso di un proprio pc ma devono condividerlo con i colleghi e quindi non sono in grado di leggere i file a video, ma devono necessariamente averne copia cartacea, e quindi ecco già nata la prassi della “copia di cortesia” da depositare in cancelleria a soccorso del giudice. Non parliamo poi dei magistrati onorari, che nei principali Tribunali italiani svolgono una importantissima parte del lavoro, per i quali non esiste nessun applicativo dedicato e che spesso non hanno a disposizione nemmeno una stanza propria, figuriamoci un pc. D’altro canto, che questo sistema non sia stato adottato in nessun altro Paese europeo, neppure in quelli più avanzati dal punto di vista tecnologico e con un minor numero di cause civili e che in altri paesi (alcuni Stati americani) sia stato introdotto e poi abbandonato, dovrebbe far riflettere sia sulle difficoltà di utilizzo e sia su un altro aspetto: quello della sicurezza dei dati e al pericolo di attacchi da parte di hackers. Come ciliegina sulla torta, dallo scorso 6 giugno è scattato l’obbligo della fatturazione elettronica per i fornitori di beni e servizi alle Pubbliche amministrazioni, compreso il settore della Giustizia. Da quella data, consulenti tecnici, periti, interpreti, società che si occupano di trascrizione, avvocati (per il patrocinio a spese dello Stato e le difese d’ufficio) devono obbligatoriamente presentare una fattura elettronica che prevede un’ingarbugliata procedura; peccato che a distanza di quasi due mesi dall’introduzione dell’obbligo il Ministero non abbia ancora creato il “canale” attraverso il quale inviare le fatture. E i pagamenti rimangono virtuali come le fatture. Ettore Cappetti

Fonte http://www.associazionenazionaleavvocatiitaliani.it/?p=25397

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Art. 21 Cost. non applicabile ai quotidiani on-line

L’art. 21 della Costituzione, come è noto, dispone che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’Autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’Autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’Autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni”.

Secondo una recentissima pronuncia della Suprema Corte (Cass. Pen., Sez. V, 5 marzo 2014, n. 10594), l’art. 21 non è applicabile al sequestro dei quotidiani on-line, vista la diversità ontologica e strutturale del mezzo cartaceo con quello elettronico.

Data questa premessa – su cui personalmente nutro dei dubbi (specie in ottica difavor rei) – il quotidiano on-line  è suscettibile di sequestro preventivo (ovvero sono sequestrabili i server ecc. necessari per la sua pubblicazione), prescindendo dalle garanzie costituzionali (non applicabili ai quotidiani on-line, come non sono applicabili a blog, mailing list, chat, newsletter, e-mail, newsgroup e così via).

Le esigenze cautelari (sub specie periculum in mora) valgono infatti a maggior ragione per i quotidiani on-line che, a differenza dell’equivalente cartaceo, possono essere letti dagli utenti anche a distanza di parecchio tempo (hanno una maggiore capacità lesiva).

Come per l’equivalente cartaceo, peraltro, il doveroso riscontro del fumus commissi delicti impone di valutare, seppure solo sommariamente, la probabile sussistenza di una causa di giustificazione, come l’art. 51 c.p. (diritto di cronaca/critica).

Prof. Avv. Alessandro Cortesi

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Cec-Pac inidonea ai fini dell’Ini-Pec

PEC è acronimo di posta elettronica certificata. I messaggi trasmessi da un indirizzo di posta elettronica certificata ad un altro indirizzo di posta elettronica certificata hanno il medesimo valore (garanzia di ricezione e data certa di ricezione, coincidente con quella di invio) della raccomandata con ricevuta di ritorno.

Il progetto Cec-Pac, acronimo di “Comunicazione Elettronica Certificata tra Pubblica Amministrazione e Cittadini” (v. D.P.C.M. 6 maggio 2009) permette di creare, per i cittadini italiani che ne facciano richiesta, un canale di comunicazione chiuso con la pubblica amministrazione.

In altre parole il cittadino che fa richiesta di assegnazione di una casella gratuita del circuito Cec-Pac (contraddistinta dal dominio @postacertificata.gov.it), vede sostituire alla propria residenza fisica il domicilio informatico: una volta sottoscritto il contratto, il cittadino non riceverà più la notificazione di provvedimenti che lo riguardano presso la propria dimora, bensì esclusivamente all’indirizzo Cec-Pac (e quindi assume l’onere di verificare tempestivamente i messaggi).

Ai sensi dell’art. 4, comma 4 del D.P.C.M. 6 maggio 2009, è ammessa la proposizione di istanze da parte del cittadino tramite Cec-Pac senza apporre firme digitali.  Visto che il cittadino che richiede l’assegnazione della Cec-Pac viene personalmente identificato (dovendo sottoscrivere il contratto presso PosteItaliane) e, ai sensi del citato D.P.C.M., ha l’obbligo di usare personalmente l’indirizzo fornitogli, l’istanza risulta giuridicamente qualificata come sottoscritta con firma elettronica non qualificata.

L’Ini-Pec è l’Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata istituito dal Ministero dello Sviluppo Economico. Ai sensi dell’art. 6-bis del D. lgs. 7 marzo 2005 n. 82 (Codice dell’amministrazione digitale) e del Decreto 19 marzo 2013, le imprese sono tenute a comunicare al Registro delle Imprese il proprio indirizzo di posta elettronica; i professionisti devono comunicarlo al proprio Ordine di appartenenza. Questi indirizzi PEC vengono raccolti, catalogati e aggiornati per formare appunto l’Indice Nazionale (consultabile sul sito internet http://www.inipec.gov.it).

L’indirizzo PEC presente sull’Indice Nazionale è utilizzabile quale domicilio informatico del soggetto titolare, che potrà ricevervi qualsiasi tipo di comunicazione (con valore giuridico di raccomandata A/R) ivi comprese le notificazioni degli atti giudiziari.

Date queste premesse può ben comprendersi quale utilità avrebbe rappresentato la fusione dei due progetti, ovvero dalla catalogazione nell’Ini-Pec degli indirizzi Cec-Pac. L’integrazione avrebbe permesso, fra l’altro, di estendere la notificabilità degli atti giudiziari non solo ad imprese e professionisti (oltre 5.000.000 di indirizzi), ma anche ai molti privati che da anni ormai hanno optato, evidentemente per propria comodità (frequenti trasferimenti ecc.), per la ricezione dei documenti che li riguardano in formato elettronico (e non cartaceo): notevoli risparmi di tempo, rimarchevoli accelerazioni dei processi ecc.

La scelta del Governo è stata nettamente opposta.

Secondo la circolare del 15 gennaio 2014 prot. 6391 del Ministero dello Sviluppo Economico vanno tenuti distinti i due progetti, cosicché il Cec-Pac può essere utilizzato solo per dialogare con la Pubblica Amministrazione e, sebbene si tratti a tutti gli effetti di una PEC, i professionisti e le imprese individuali debbono dotarsi di un altro indirizzo PEC per adempiere agli oneri di segnalazione Ini-Pec.

Nonostante tutto, ci pare un’occasione mancata.

Prof. Avv. Alessandro Cortesi

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Stato dell’informatizzazione della Giustizia

Due terzi dei Tribunali Italiani (67%) ed un terzo delle Corti d’Appello (38%) consentono il deposito telematico degli atti giudiziari in sostituzione di quello cartaceo.

L’obiettivo è ancora lontano se pensiamo che dal 30 giugno 2014 i depositi dei ricorsi per decreto ingiuntivo, delle memorie,  degli atti nelle procedure esecutive e fallimentari diverranno obbligatoriamente telematici.

Consapevole del ruolo centrale svolto dall’Avvocatura per l’attuazione del processo civile telematico, il Consiglio Nazionale Forense sta intensificando gli sforzi. La Cassa Forense sta raccogliendo dati dagli iscritti in un imponente sondaggio sulle dotazioni informatiche degli Studi e sulle conoscenze dei legali.

I dati sono tuttavia incoraggianti: nel 2013 659.000 provvedimenti giudiziali sono stati resi in forma nativa digitale, 319.000 depositi sono avvenuti in via telematica. Soprattutto oltre 12.000.000 di comunicazioni e notificazioni dalle Cancellerie hanno raggiunto gli studi legali tramite PEC e Consolle Avvocato.

I risparmi in termini di tempo e di risorse sono evidenti.

Prof. Avv. Alessandro Cortesi

FONTE: Diritto24.IlSole24Ore.com

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Il progetto Europeana: una metafora dell’UE?

Il progetto Europeana: una metafora dell’UE?

Una delle critiche che, specie in tempi di crisi come gli attuali, si leva nei confronti della UE consiste nella mancanza di un vero sentimento comune europeo.

La libera circolazione delle merci, delle persone, dei capitali, la progressiva estensione del perimetro dell’Unione, l’adozione dell’Euro, non si sono dimostrati sufficienti per convincere gli euro-scettici, che trovano ampia eco anche in partiti ben rappresentati nei Parlamenti dei Paesi membri.

Si avverte, in altre parole, l’esigenza di fondare, o rifondare, o riscoprire, delle radici comuni, una cultura di appartenenza che possa definirsi europea.

Tale necessità ha trovato conferma nel fallimento del processo costituente, abbandonato nel 2009 a seguito dei referenda negativi in Francia e nei Paesi Bassi. Lo ha dimostrato anche il dibattito in merito all’adesione all’UE della Turchia o di Israele ed in genere la riflessione dottrinale sulle fondamenta romanico-cristiane dell’Europa.

Sull’Osservatore Romano del 4 febbraio 2011 si leggeva la trascrizione di una lettera di Papa Benedetto XVI al nuovo ambasciatore d’Austria presso la Santa Sede secondo cui “L’edificazione della casa comune europea può sortire un buon esito soltanto se questo continente è consapevole delle proprie fondamenta cristiane e se i valori del Vangelo nonché della immagine cristiana dell’uomo saranno, anche in futuro, il fermento della civiltà europea”. Si tratta, com’è evidente, di una posizione non solo non unanimemente condivisa, ma spesso avversata. Ciò nonostante essa continua ad interrogare le coscienze.

Ebbene, il progetto Europeana, con i suoi alti e bassi, pare rappresentare una metafora, se non una diretta manifestazione, di questa complicata ricerca valoriale per l’UE.

Come è noto, Europeana nasceva dal desiderio espresso dai primi ministri di Francia, Germania, Spagna, Italia, Polonia ed Ungheria nel 2005 di creare una biblioteca virtuale europea (the Europe’s cultural heritage accessible for all).

Nata sotto i migliori auspici, Europeana cataloga milioni di opere (o meglio di metadati) di vario genere (fotografie, quadri, spartiti musicali, libri, messi a disposizione gratuitamente e svincolate dal diritto d’autore). Nei primi giorni del suo varo nel 2008 già riceveva da 10 a 13 milioni di visite all’ora, tanto da renderlo per molti giorni inutilizzabile.

Ciò nonostante, alla prova del quinto compleanno, non possono essere ignorati molteplici segnali di allarme.

Se è vero che con due anni di anticipo rispetto alle previsioni, Europeana ha toccato i 30 milioni di oggetti culturali catalogati, provenienti da 2.300 istituzioni (e resi disponibili con interfaccia in 29 lingue), non pochi sono i problemi che deve affrontare:

– delicati aspetti finanziari (con il taglio drastico dei fondi);

– difficile interoperabilità dei metadati;

quadro giuridico disomogeneo del diritto d’autore i libri digitalizzati di pubblico dominio sono solo quelli non più soggetti a diritto d’autore (non sono digitalizzate nemmeno le opere orfane, né quelle esaurite), ovvero una ridottissima selezione di ciò che rappresenta veramente la cultura europea (cfr. Corriere della Sera 4/9/2009; );

– i materiali audio e video rappresentano solo il 2% dei contenuti;

– l’impegno notevolmente divergente dei vari Paesi (ancora nel 2009 la Francia copriva quasi il 50% delle opere catalogate; all’inizio del 2013 Francia e Germania si contendevano il primato, con un 17% circa ognuno). L’Italia ha riguadagnato delle posizioni, ma in larga parte attraverso la Giornata nazionale della digitalizzazione dei cimeli della prima guerra mondiale (ovvero contribuendo al progetto Europeana 1914-1918).

Enorme potenziale, notevole burocrazia, problemi finanziari, errori nella progettazione informatica quindi, a cui fa da contraltare il progetto Google Books (cioè la cessione a Google per quindici anni dei diritti sulle opere digitalizzate).

Per approfondimenti cfr. Europeana.euWikipedia

Prof. Avv. Alessandro Cortesi

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La scuola in rete. BIGnomi

La scuola in rete. BIGnomi

La didattica a tutti i livelli si sta aprendo, non senza resistenze, all’ICT.

Per approfondire il tema si rinvia a Luciano Galliani, “La scuola in rete”, Laterza 2004.  L’Autore sottolinea l’importanza della formazione dei docenti perché si possano superare tre ostacoli: la necessaria flessibilità dell’apprendimento, il passaggio da un insegnamento basato sulle conoscenze curricolari a una didattica centrata sulla costruzione sociale delle ‘competenze per la vita’; la partecipazione diretta ai processi di produzione della cultura e non solo della sua trasmissione.

Altri interessanti contributi giungono dall’e-book “Cosa insegnare a scuola – Qualche idea sulle discipline umanistiche” di  Amedeo Savoia e Claudio Giunta, scaricabile cliccando qui.

Fra le molte iniziative, spesso a carattere sperimentale, fruibili sul web, si segnala il progetto BIGnomi: “pillole” video di tre minuti circa in cui un attore, un presentatore, uno sportivo, un nome conosciuto quindi, sintetizza, con l’ausilio di effetti grafici assai curati,  un argomento in tema di letteratura e storia.

Prof. Avv. Alessandro Cortesi

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In Argentina viene negata la responsabilità dei motori di ricerca

In Argentina viene negata la responsabilità dei motori di ricerca

Una modella argentina si lamentava del fatto che, inserendo il proprio nome nel motore di ricerca, l’utente otteneva come risposta da Google i link a molteplici siti internet dal contenuto pornografico. Ciò accadeva in quanto detti siti ospitavano fotografie della modella, contro la sua volontà ed in violazione dei suoi diritti, non avendo alcuna relazione con detti siti internet.

Accogliendo l’appello di Google, una Corte argentina ha ritenuto il motore di ricerca non responsabile (Division I della National Court of Appeals in Civil MattersL., B. v. Google, Inc. ,  No. 82198/2009, 2 luglio 2013).

Questo in quanto, come chiarito dal Giudice Castro, rendere raggiungibile attraverso un link dei risultati non implica alcun potere di modificare il contenuto dei siti internet a cui il link rinvia. Secondo il Giudice Molteni, più specificamente, la ricorrente non è riuscita a dimostrare la negligenza di Google a seguito delle segnalazioni inviate.

Si tratta di una decisione importante poiché, in mancanza di una normativa nazionale specifica sulla responsabilità degli Internet Service Provider, l’Argentina pare orientarsi per un modello di tutela più blando rispetto agli standard europei e statunitensi.

Per approfondimenti  clicca qui

Prof. Avv. Alessandro Cortesi

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I 9 algoritmi alla base dell’informatica moderna

algoritmi

In un testo divulgativo, adatto anche ai non esperti, John MacCormick, professore del Dickinson College, illustra alcuni degli algoritmi che hanno posto le basi dell’attuale ICT: l’indicizzazione dei motori di ricerca, il PageRank di Google, la crittografia a chiave asimmetrica, la compressione dei dati, le query nei database e molto altro.

E’ una lettura consigliata per chi vuole comprendere più a fondo i segreti dell’informatica e soprattutto per chi continua a ritenere l’informatica una materia puramente tecnica solo perché ne ignora il modello scientifico, le chiavi di ragionamento.

 

 

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